I Principi dell’ Agricoltura Conservativa

I PRINCIPI FONDAMENTALI DELL’ AGRICOLTURA CONSERVATIVA

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La diversificazione colturale (ruolo degli avvicendamenti/rotazioni colturali)
Allungare e diversificare gli avvicendamenti/rotazioni colturali, ampliando il numero delle specie coltivate e delle famiglie botaniche cui appartengono ed evitando il frequente ripetersi delle stesse colture sui terreni, ha molteplici obiettivi:

a) coprire il terreno e proteggerlo dagli agenti climatici in maniera continua e più efficace possibile;
b) mantenere e migliorare la struttura del suolo attraverso l’azione degli apparati radicali delle piante;
c) stimolare l’attività biologica nel terreno, eliminando periodi di interruzione colturale;
d) limitare i rischi ambientali dovuti alla lisciviazione dei nitrati, all’erosione e al ruscellamento superficiale, alla perdita di biodiversità.

La diversificazione colturale permette, già da sola, di conservare ed arricchire la fertilità del suolo, di assicurare e talora anche migliorare le rese produttive e di iniziare a ridurre l’impiego di fitofarmaci e favorire l’utilizzo di principi attivi maggiormente ecocompatibili. La riduzione delle lavorazioni Ridurre progressivamente le lavorazioni fino ad arrivare alla “non lavorazione” del suolo protegge l’habitat e l’attività biologica degli organismi che vivono nel terreno. La regola principale da rispettare è quella di ridurre il disturbo del suolo e di non invertire mai gli strati. La diminuzione dell’intensità e della profondità delle lavorazioni, associata ad un minor numero di passaggi e transiti sui terreni, permette di aumentare la fertilità del suolo. L’attività biologica non perturbata e, in particolare, l’attività dei lombrichi prende man mano il posto degli interventi meccanici, completando l’azione di riorganizzazione e strutturazione del suolo fatta dalle radici.

La riduzione delle lavorazioni diminuisce le operazioni meccaniche e le macchine agricole necessarie, la potenza di trazione, i consumi di carburante e le ore di lavoro. Consente inoltre di conservare meglio la sostanza organica del suolo grazie alla diminuzione dell’ossigenazione provocata dalle arature profonde e dall’affinamento eccessivo e ripetuto dei letti di semina. Protetto dalle colture della rotazione e non perturbato dalle lavorazioni, il suolo, normalmente, sviluppa la sua naturale capacità di infiltrazione e filtrazione dell’acqua. Di conseguenza si riduce la lisciviazione degli elementi minerali, diminuisce il ruscellamento, aumenta l’acqua trattenuta nel suolo, si abbassa la sensibilità all’erosione e all’innesco di fenomeni franosi nelle aree collinari.

La copertura del suolo (ruolo dei residui colturali e delle cover crop)
Per la sua capacità di trattenere acqua, migliorare la struttura e fissare gli elementi nutritivi, la sostanza organica è il pilastro della fertilità dei suoli. In Agricoltura Conservativa tutto è messo in opera per preservare e aumentare lo “stock” di carbonio organico presente nel terreno. Lasciare o restituire i residui colturali sulla superficie del suolo ha prima di tutto questa finalità. I miglioramenti cominciano a manifestarsi quando almeno il 30% della superficie del suolo è coperta, ma quanto maggiori sono i residui tanto più rapidi e significativi sono gli effetti. I residui colturali, insieme alle “cover crop”, assicurano la copertura permanente del suolo, permettono l’alimentazione in continuo dell’attività biologica e hanno un positivo effetto di controllo sulle infestanti.
L’applicazione contemporanea e continuativa dei tre principi su cui si basa l’Agricoltura Conservativa (diversificazione colturale, riduzione delle lavorazioni, copertura del suolo) ricrea gli equilibri biologici necessari per lo sviluppo di ecosistemi agricoli vitali, fertili e capaci di generare benefici ambientali. Dopo l’abbandono delle lavorazioni un suolo condotto in Agricoltura Conservativa torna in genere a rendimenti comparabili dopo 3-5 anni di transizione nella maggior parte delle condizioni pedoclimatiche e per la maggior parte delle colture e delle tecniche adottate. Tuttavia, l’adattamento alle condizioni locali e alle caratteristiche delle singole aziende è indispensabile. Passare all’Agricoltura Conservativa permette di realizzare economie e di preservare l’ambiente, ma è innanzi tutto una “scelta strategica”, che richiede un “approccio di sistema” e uno sguardo proiettato nel tempo. Non si tratta affatto di una visione ristretta o riduttiva dell’agricoltura, come fosse un ritorno all’agricoltura del passato. L’Agricoltura Conservativa ha anzi bisogno di più agronomia, più riflessione, più competenza tecnica e più osservazione di quella convenzionale ed esprime un orientamento verso nuovi modi di produrre che sono in continuo divenire e che, integrandosi con l’uso dell’acqua, la gestione degli allevamenti e la difesa fitosanitaria, possono portare a sistemi agricoli ancora più performanti e più sostenibili.

DEFINIZIONI
Agricoltura convenzionale (aratura)
Tecnica tradizionale di preparazione dei terreni per le semine, che comprende l’aratura e una serie di successive lavorazioni complementari di affinamento, effettuate con erpici, coltivatori ed altre macchine operatrici simili. L’aratura assorbe molta energia, implica il rivoltamento del terreno ed è eseguita normalmente a profondità di 30-40 cm e talora, soprattutto nei terreni argillosi, anche oltre. Essa, insieme alle lavorazioni che la seguono, altera e disturba fortemente l’attività biologica del suolo. Tale pratica è inoltre dispendiosa economicamente per l’elevato numero e costo delle macchine necessarie per potarla a termine e per l’alto consumo di combustibile che comporta.
Lavorazione ridotta
Comprende tutte le tecniche di preparazione del terreno che non prevedono più l’aratura e consentono quindi di ridurre il numero e/o l’intensità delle lavorazioni rispetto alla pratica convenzionale.
Minima lavorazione
Tecnica che prevede la lavorazione del terreno a profondità non superiori a 15 cm, tale da permettere di ottenere con uno/due passaggi di macchina un letto di semina soddisfacente, mantenendo nel contempo una copertura di residui colturali su almeno il 30% della superficie lavorata. Sono compatibili con la definizione di Minima Lavorazione solo le operazioni eseguite con erpici a dischi o altri attrezzi portati, semi-portati o trainati dotati di organi lavoranti non mossi dalla presa di forza o idraulicamente.
Vertical Tillage
Tecnica che consiste nel lavorare il terreno alla profondità di 5-8 cm con macchinari dotati di dischi verticali senza inclinazioni rispetto alla direzione di avanzamento che, per la loro conformazione e disposizione, non sollevano e non rimescolano il suolo. La pratica, di più recente introduzione, ha l’obiettivo di rompere croste e compattamenti superficiali del suolo dovuti soprattutto al transito dei macchinari agricoli e di tagliare i residui colturali, che restano comunque pressoché integralmente in superficie.
Strip Tillage
Tecnica che prevede di lavorare il terreno in “strisce” (o “bande”) della larghezza massima di 15-20 cm e ad una profondità massima di 15 cm. La semina deve successivamente avvenire all’interno delle “strisce” lavorate, che nell’insieme dovrebbero interessare non più del 25% della superficie del suolo, così che sulla rimanente porzione di suolo permangano tutti i residui colturali; in genere, si realizza per colture sarchiate come il mais con larghezze di lavoro di 15 cm e interfila di 70-75 cm, o come la soia o il sorgo con larghezze di lavoro di 10 cm e interfila di 40-45 cm.
No Tillage
Tecnica che prevede come pratica continuativa la semina delle colture direttamente sulle stoppie della coltura precedente, i cui residui vengono lasciati totalmente o quasi (90-100%) sul terreno. Con questa tecnica non viene effettuata nessuna lavorazione del terreno; occorrono tuttavia seminatrici apposite, capaci di tagliare il residuo colturale, di depositare il seme e di ricoprirlo in condizioni di terreno sodivo.
Il “No Tillage” non è una tecnica da applicare di volta in volta, ma si regge sulla sua adozione continuativa, e sullo stabilirsi di un nuovo equilibrio fra elementi fisici, chimici e biologici del suolo. “No Tillage” (spesso abbreviato “No-Till”), “Non lavorazione”, “semina diretta” e “semina su sodo” sono terminologie differenti che identificano la medesima tecnica, utilizzata oggi su una superficie di 120 milioni di ettari nel modo (10% delle terre coltivate) in continua crescita anno dopo anno.
Decompattamento
Tecnica che, senza rivoltare né rimescolare gli strati superficiali, taglia e solleva il terreno in profondità, arieggiandolo e aumentandone la conducibilità idrica. Richiede l’utilizzazione di macchine dotate di apposite ancore in grado di lavorare ad una profondità massima di 35-40 cm. La tecnica, che comporta un alto assorbimento di energia, deve intendersi come “operazione di soccorso”, da effettuarsi solo saltuariamente e in caso di effettiva necessità nei suoli che presentino evidenze di compattamento sotto superficiale, non risolte dagli interventi preventivi o non risolvibili nell’immediato con altri mezzi agronomici. Non è comunque assimilabile al decompattamento l’uso di attrezzi tipo chisel, ripper, ecc. che hanno altre finalità e che provocano un disturbo del suolo molto più ampio.
Cover crop
Colture di copertura inserite nella rotazione tra una coltura principale e la successiva allo scopo di dare una copertura adeguata al suolo, apportare residui e quindi biomassa al terreno e stimolare l’attività biologica. Le funzioni delle “cover crop” sono molteplici: proteggono il suolo contro l’erosione e il compattamento, favoriscono il riciclo degli elementi nutritivi, agevolano il controllo delle infestanti e dei parassiti, aumentano la sostanza organica del terreno e ne preservano e migliorano la struttura. Molte sono le specie vegetali, utilizzabili da sole o in miscuglio, con cui realizzarle, quali segale, loiessa (o loietto italico), avena, altri cereali, grano saraceno, veccia, trifogli annuali, facelia, ravizzone, rafano, senape, ecc. Le “cover crop” in genere non sono destinate ad essere raccolte, ma ad essere lasciate integralmente in campo.

BENEFICI AMBIENTALI DELLA AGRICOLTURA CONSERVATIVA
Sequestro di CO2
In Agricoltura Conservativa tutto è fatto per favorire il mantenimento e, possibilmente, l’aumento della sostanza organica nel suolo. Gli incrementi ottenuti corrispondono a CO2 sottratta dall’atmosfera; il suolo è messo nelle condizioni di agire da effettivo “sink” di carbonio, contribuendo in questo modo a mitigare le emissioni di gas climalteranti. Tuttavia, l’incremento in carbonio del suolo che si riesce a conseguire è molto variabile e dipende da numerosi fattori – tipo di suolo, condizioni ambientali e climatiche, modalità e tipo di tecniche di gestione dei terreni attuate – e dalla interazione tra di essi. In generale, si valuta che le pratiche conservative possano “sequestrare” negli strati superficiali del suolo 0,2-0,7 t ha-1 anno-1 di carbonio, ma le
differenze rispetto ai terreni arativi possono essere molto più rilevanti (es: in uno studio condotto in Lombardia suoli gestiti a “No Tillage” da 10 anni hanno evidenziato uno “stock” di carbonio organico nei primi 30 cm superiore mediamente di 25 t ha-1 a quello dei suoli lavorati tradizionalmente); viceversa, in altre situazioni, soprattutto dove l’applicazione dei principi ell’Agricoltura Conservativa è parziale (es: assenza di “cover crop”, limitata diversificazione colturale), il sequestro di carbonio può non essere sempre immediatamente evidente.
Altri gas climalteranti
Il contributo positivo dell’Agricoltura Conservativa alla mitigazione delle emissioni di gas climalteranti è universalmente riconosciuto per quanto riguarda l’anidride carbonica, mentre per il protossido d’azoto (N2O) non è ancora sufficientemente provato, essendo i dati sperimentali piuttosto contrastanti. Il protossido d’azoto si forma sia attraverso processi aerobici di nitrificazione sia per denitrificazione in ambiente anaerobico. Negli agrosistemi, i fattori che hanno maggiore influenza sulla produzione di N2O sono la concimazione azotata, le lavorazioni, la saturazione idrica e la sommersione. Alcuni studi riportano maggiori emissioni di N2O in condizioni di No-Tillage rispetto all’Agricoltura Convenzionale, dovute principalmente all’umidità del terreno, alla conservazione dell’acqua ed alla minore diffusione dei gas nel suolo. Altri sperimentatori invece ritengono non significativi gli effetti del No-Tillage sulle emissioni di N2O. Un altro studio
ha appurato che le emissioni di N2O da parte del terreno possono variare da 0 a 0,83 g N·ha-1 ·d-1 per il NoTillage e da 0 a 1,53 g N·ha-1 ·d-1 per il terreno arativo.
La gestione conservativa del suolo, a parità di drenaggio e condizioni fisiche del terreno, tende a ridurre anche le emissioni di metano (CH4), grazie al migliore equilibrio tra macro e microporosità che favorisce l’ossidazione
microbica rispetto alla produzione di CH4.
Risparmio di combustibili
Il minor numero di lavorazioni ed operazioni colturali e la minore forza di trazione necessaria permettono con l’Agricoltura Conservativa di ridurre considerevolmente i consumi di gasolio. Si stima che il risparmio di combustibile possa raggiungere il 60-70% e con esso parimenti si riducano le emissioni di CO2. Ad esempio, in uno studio effettuato comparando terreni arativi e sodivi, sono stati osservati consumi, per le operazioni fino alla semina, di 80 l ha-1 di gasolio, e corrispondenti emissioni in atmosfera di 214 kg ha-1 di CO2, nei primi e consumi di 10 l ha-1 ed emissioni di 27 kg ha-1 di CO2 nei secondi.
Controllo dell’erosione
La copertura permanente e la riduzione/assenza delle lavorazioni proteggono il suolo dall’erosione idrica ed eolica. Il ruolo delle “cover crop” e dei residui colturali è, in particolare, determinante nell’attenuare l’impatto 9 degli agenti climatici (pioggia e vento) sulle particelle di terreno; inoltre in loro presenza l’acqua che non si infiltra nel suolo scorre lentamente in superficie senza procurare danni. Migliora inoltre la qualità delle acque superficiali per la riduzione dei sedimenti che da esse vengono trasportati. Con la non lavorazione del terreno e con l’azione degli apparati radicali si evita la formazione di strati compattati sottosuperficiali, che spesso diventano “superfici di scivolamento” su cui si innestano, soprattutto in ambienti collinari, movimenti e cedimenti del terreno soprastante. L’azione protettiva dipende in ogni caso dalle pratiche utilizzate: in generale nei terreni dove si applica la “non lavorazione” si può conseguire una protezione quasi totale, equiparabile a quella offerta da una copertura vegetale permanente, mentre con la “minima lavorazione” ci si colloca in una situazione intermedia rispetto a quanto accade nei terreni arati. La protezione contro l’erosione, naturalmente, assume importanza soprattutto negli ambienti declivi: tuttavia va tenuto in considerazione che, in suoli particolarmente suscettibili, processi erosivi di una certa consistenza possono verificarsi anche in presenza di pendenze molto deboli.
Maggiore biodiversità
Il minor disturbo del suolo dovuto alla riduzione delle lavorazioni e all’assenza dell’aratura e l’aumento della sostanza organica favoriscono l’attività biologica e microbica e lo sviluppo degli organismi (meso e microflora) che vivono nel suolo e che crescono, in presenza di pratiche conservative, per numero di specie e densità di popolazione. In suoli “No Tillage”, ad esempio, i lombrichi possono essere da 1,5 a 4 volte più numerosi che nei terreni lavorati tradizionalmente. Analogamente, in AC le popolazioni dei microartropodi e l’attività microbica tendono ad essere maggiormente sviluppate. Accanto a quella edafica, nei sistemi agricoli gestiti in modo conservativo aumenta l’agrobiodiversità complessiva. Infatti le rotazioni e le “cover crop” portano sui terreni specie vegetali diverse che sono l’habitatdi un ampio e diversificato spettro di organismi viventi. Ne beneficia, infine, anche il paesaggio che si presenta più vario, per colori, forme e aspetto.
Migliore regolazione dei cicli idrologici e dei nutrienti Le pratiche conservative migliorano l’infiltrazione dell’acqua, per il mantenimento di una bioporosità interconnessa grazie ai biocanali e agli apparati radicali, ed aumentano al tempo stesso la capacità di ritenzione idrica del suolo, per la migliore struttura e il maggior contenuto di sostanza organica. Dal punto di
vista fisico e strutturale il suolo raggiunge un equilibrio idrologico migliore e più vicino alle condizioni naturali: ciò si traduce in una diminuzione del ruscellamento superficiale, dell’evaporazione e della lisciviazione in profondità di nutrienti ed elementi minerali. In studi condotti negli USA è stata osservata in suoli gestiti a “No Tillage” rispetto a suoli arati una riduzione del 48% del ruscellamento, dell’81% delle perdite di fosforo totale e del 94% di azoto organico, del 70-100% di agrofarmaci. Risultati analoghi sono stati ottenuti anche in indagini realizzate in Europa.
Miglioramento della fertilità
Il concetto di fertilità agronomica è molto vasto e comprende vari aspetti, fisici, chimici e biologici, che nel loro insieme concorrono a determinare la funzionalità del suolo, cioè la sua capacità di sostenere la produzione agricola e di fornire “servizi ambientali” che sono essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi terrestri.
L’Agricoltura Conservativa ha come obiettivo l’incremento più esteso possibile della “naturale fertilità” dei suoli: con la sua introduzione nella pratica agricola, infatti, aumenta l’attività biologica e le simbiosi radicali, la regimazione e la circolazione dell’acqua nel e sul suolo migliorano, gli elementi nutritivi sono maggiormente trattenuti e ne cresce la biodisponibilità, gli apparati radicali delle piante si sviluppano meglio, le rotazioni e le 10 “cover crop” abbassano la carica delle erbe infestanti e dei parassiti. Complessivamente si instaura una
trasformazione dell’ecosistema agricolo che si traduce a regime in maggiore stabilità produttiva e in minore necessità di acqua, di fertilizzanti chimici e anche di prodotti fitosanitari: l’uso di tutti questi mezzi tecnici può diventare molto più efficiente, con notevoli risparmi di acqua per l’irrigazione e riduzione del fabbisogno di concimi e pesticidi del 20-50%.
Servizi ambientali
I benefici ambientali procurati dall’Agricoltura Conservativa si manifestano innanzi tutto a livello di azienda agricola. Inoltre, quando gli effetti sono riprodotti in un territorio più ampio attraverso la sua applicazione da parte di molte aziende contigue, i “servizi eco-sistemici” e il “valore pubblico” generati crescono ulteriormente. Se ne avvantaggia dunque la società intera, che ne trae numerosi benefici, quali la possibilità di avere acque ed aria più pulite, meno inquinamento, deflussi idrici più regolari e quindi meno rischi di allagamenti, maggiore stabilità dei versanti e meno frane in collina, paesaggi più ricchi di biodiversità e vitali, meno costi per il trattamento delle acque e per riparare ai danni provocati dal dissesto idrogeologico, e, in definitiva, maggiori capacità e potenzialità di adattamento al cambiamento climatico.

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OBBIETTIVO: UNA AGRICOLTURA PIU’ PRODUTTIVA E PIU’ SOSTENIBILE 

Oggi si osserva quanto, a partire da secondo dopoguerra, l’esercizio intensivo della pratica  agricola, abbia portato ad un progressivo degrado biologico del terreno riconducibile ad una forte riduzione  del contenuto in sostanza organica dei nostri terreni, causa di una perdita considerevole di fertilità in parte controbilanciata  dall’utilizzo di apporti chimici-minerali. Passare da un valore considerato ottimale medio di sost. org. del 5-6% a quello mediamente riscontrabile sui terreni pianeggianti di Provincia di Ravenna e Forli dell 0,8-1,5 % dà la misura del livello di  gravità della situazione a livello di  impatto ambientale, contrastato in modo sempre più incisivo dai tavoli Internazionali ed Europei, consapevoli che da un nuovo approccio all’agricoltura, fatto di sostenibilità e di ricerca di tecniche e di pratiche in un ottica di conservazione del territorio e, allo stesso tempo, di incentivazione virtuosa alla produzione di quantità di cibo sempre maggiori in ragione di uno sviluppo demografico in continua crescita. A parte queste considerazioni di ordine generale, certamente gli Agricoltori non saranno certamente sfuggiti i segni evidenti di questo  pericoloso processo di decadimento.

Principali sintomi del progressivo degrado bio fisico dei terreni
- Riduzione della fertilità naturale e dell’efficienza dei fertilizzanti
- Progressiva riduzione del contenuto di sostanza organica
- Riduzione della permeabilità
- Riduzione della capacità idrica di campo e dell’efficienza delle pioggie e degli apporti idrici
- Riduzione della “portanza” dei terreni e conseguente minor tempestività di accesso dei mezzi in campo
- Maggior tendenza a creare crosta ad ostacolare l’emergenza
- Maggiore tendenza a creare crepe estive
- Maggior resistenza alle lavorazioni

Effetti diretti delle lavorazioni aggressive
- Inversione degli strati (specialmente aratura)
- Creazione di macro zolle
- Sovescio profondo di stocchi e residui

Conseguenze biofisiche delle lavorazioni profonde

- Le zolle create dalle lavorazioni aggressive determinano l’eccessiva esposizione del terreno all’azione dell’aria causando il degrado della sostanza organica (eremacausi) e conseguente incremento delle emissioni di CO2
- Il terreno lasciato a lungo scoperto da vegetazione e/o residui colturali determina la distruzione dei microrganismi utili (ad es. batteri azoto fissatori) causa il surriscaldamento della superficie ed all’esposizione ai raggi UVA.
Inoltre la mancanza di copertura rende vulnerabile il terreno all’azione battente delle pioggie ed ai fenomeni erosivi.
- L’intensa lavorazione del terreno causa la distruzione dell’ habitat naturale dell’entonomofauma terricola utile (insetti, lombrichi, piccoli roditori)
- Creazione di macroporosità effimera, la ristrutturazione indotta da lavorazioni inadeguate sono spesso vanificate dall’effetto battente delle piogge e dalle lavorazioni successive

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