Grano

SEMINA CONVENZIONALEaccordnew
SEMINA COMBINATA ATTIVAADPspecial
SEMINA COMBINATA LEGGERAD9-CMA

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SEMINA COMBINATA PASSIVACirrus2012-009
RULLATURArulloKverneland
SEMINA SU SODOP1010011-1024x766

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CONCIMAZIONET4040fert
DISERBO E DIFESAIBIS2400
TREBBIATURACR9601

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PRESSATURA PAGLIA BIG BALER
PRESSATURA PAGLIA ROTOBALLEMcHale
CARICO E MOVIMENTAZIONE BALLETS_110A

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Tratto da: http://www.agraria.org/coltivazionierbacee/granotenero.htm

Classe: Monocotyledones
Ordine: Glumiflorae
Famiglia: Graminaceae (Gramineae o Poaceae)
Tribù: Hordeae
Specie: Triticum spp.

Francese: blè; Inglese: wheat; Spagnolo: trigo; Tedesco: Weizen.

Origine e diffusione

Il frumento sarà preso come prototipo nella trattazione dell’intero gruppo dei cereali microtermi: essi, infatti, sono simili e tra essi il frumento, soprattutto quello tenero rappresenta la specie di gran lunga più importante. Attualmente il frumento è il cereale più coltivato nel mondo: gli sono destinati oltre 224 milioni di ettari. Con il nome di frumento si intendono svariate specie di graminacee appartenenti al genere Triticum che furono tra le prime piante ad essere coltivate nell’era Neolitica. Nell’area geografica della mezzaluna fertile (vicino e Medio Oriente). Da questa regione i frumenti si sono evoluti e diffusi in tutti i paesi a clima temperato, del continente eurasiatico e africano e negli ultimi cinque secoli nei continenti di nuova scoperta (Americhe, Australia).
Le numerose specie di questo genere si sono evolute attraverso complessi meccanismi di ibridazione naturale che hanno portato ad assetti cromosomici molto diversi:
– Frumenti diploidi (2n = 14; genomi AA): Triticum monococcum (Piccolo farro);
– Frumenti tetraploidi (2n = 28; genomi AABB): T. dicoccum (Farro), T. durum (Frumento duro) e T. turgidum (Frumento turgido);
– Frumenti esaploidi (2n = 42; genomi AABBDD): T. spelta (Gran farro), T. aestivum L. (Frumento tenero).
Il Triticum monococcum, il T. dicoccum e il T. spelta sono chiamati grani vestiti perché il rachide si disarticola facilmente cosicché con la trebbiatura la granella resta vestita, essendo costituita da intere spighette, e per essere utilizzata richiede di essere sottoposta all’operazione detta “pilatura”, con la quale le cariossidi vengono separate dalla pula.
Gli altri frumenti sono detti “grani nudi” perché i loro granelli si liberano con grande facilità, non essendo il rachide disarticolabile.

Una tipica cariosside di frumento tenero si distingue da una tipica cariosside di frumento duro per l’aspetto opaco e la frattura non vitrescente, le minori dimensioni, la forma più arrotondata, l’embrione introflesso, la presenza di villosità all’estremità opposta a quella dell’embrione. Tuttavia il riconoscimento di cariossidi di frumento tenero in campioni di frumento duro presenta notevoli difficoltà e richiede grande esperienza, in particolare nel caso di alcune varietà di frumento tenero (es. Spada) i cui granelli hanno caratteristiche morfologiche più simili a quelle dei grani duri rispetto ad altre. (da www.ense.it)

Caratteri botanici

Cariosside.

Quello che comunemente viene chiamato “seme” dei cereali è in realtà una cariosside, cioè un frutto uniseminato, secco, indeiscente in quanto i tessuti del pericarpo sono concresciuti e saldati con quelli del seme.
La cariosside del frumento pesa da 35 a 50 mg, ha forma allungata, sezione trasversale da rotondeggiante a subtriangolare, ed è costituita dall’embrione (2-4% in peso), dall’endosperma (87-89%) e dai tegumenti o involucri (8-10% circa). L’embrione si trova ad un estremità della cariosside, non ha molta importanza dal punto di vista tecnologico-alimentare in quanto durante la macinazione va a far parte dei sottoprodotti, mentre ha un compito fondamentale per la riproduzione della specie. Infatti in esso sono già formati gli organi principali del futuro individuo.
L’endosperma costituisce la parte preponderante del granello ed è formato: a) da uno strato aleuronico esterno e b) da un parenchima interno, che ne rappresenta la quota maggiore, costituito da cellule ricche di amido e sempre meno dotate di sostanze proteiche man mano che si procede verso l’interno del granello.
D’importanza notevole nei confronti della qualità del prodotto e del suo impiego sono la consistenza e l’aspetto dell’endosperma che può apparire ambraceo, corneo, vitreo ovvero farinoso, bianco, tenero, secondo la specie, la varietà e l’ambiente di coltura.

Apparato radicale.

L’apparato radicale (del frumento e dei cereali in generale) è di tipo fascicolato. Si hanno radici embrionali o primarie; esse sono preformate nell’embrione, sono le prime a svilupparsi e servono alla pianta nel primo periodo del ciclo.
In seguito si affianca loro l’apparato radicale secondario o avventizio.
Questo si forma durante la fase di accestimento, in seguito allo svilupparsi di radici dai nodo basali, vicino alla superficie del terreno.
L’apparato radicale avventizio nel volgere di qualche settimana prevale sull’apparato embrionale che peraltro rimane vitale per tutto il ciclo, anche se poco sviluppato.
L’apparato radicale si espande a una profondità variabile in relazione al suolo e può giungere fino a 1,5 m e oltre.
Un buon radicamento è una condizione fondamentale per il buono sviluppo della coltura.

Fusto.

Il culmo (così è chiamato il fusto delle graminacee) è cilindrico, costituito da nodi ognuno dei quali porta una foglia, e da internodi internamente cavi, generalmente in numero di 7-9 secondo la varietà. Nella fase giovanile quando gli internodi non sono sviluppati, i nodi sono ravvicinatissimi ed il culmo, lungo pochi millimetri, non è ancora appariscente.
Ogni nodo ha un meristema che ad un certo momento del ciclo entra in attività provocando l’allungamento dell’internodo soprastante.
Gli internodi basali, che sono i primi ad allungarsi, sono più corti degli altri.
In generale, maggiore è il numero di nodi, e quindi di foglie, più lungo è il ciclo vegetativo della pianta.
L’altezza media del culmo ad accrescimento ultimato è di un metro circa nelle attuali varietà.
Il germoglio primario non resta unico. All’ascella delle foglie sono presenti e possono svilupparsi altri apici vegetativi che danno luogo a culmi secondari e terziari in numero maggiore o minore a seconda delle varietà e delle condizioni ambientali: è questo l’accestimento.
Apparato fogliare.
Il coleoptile è una foglia, la prima, che incappuccia la piumetta (o apice caulinare), perfora il terreno e protegge la piumetta stessa. La prima foglia vera dopo qualche giorno dall’emergenza, ossia dalla fuoriuscita dal terreno, perfora il coleoptile e inizia la fotosintesi.
Le foglie dei cereali sono inserite sui nodi del culmo, con disposizione alterna. Ogni foglia consiste della guaina e della lamina. La guaina è inserita sul nodo e abbraccia completamente ilo culmo; la guaina continua con la lamina, lineare, parallelinervia. Le foglie apicali sono le più sviluppate, l’ultima in particolare (foglia bandiera) dà il maggior contributo alla assimilazione del culmo.
Nella linea di intersezione della guaina con la lamina, all’interno c’è una formazione membranosa, prolungamento dell’epidermide interna della guaina, chiamata ligula, ai cui estremi si trovano due espansioni che abbracciano il culmo e sono dette auricole. La ligula e le auricole hanno notevole importanza per il riconoscimento delle varie specie di cereali allo stato vegetativo. Nel frumento le auricole sono pelose, la ligula è grossolanamente dentata e la guaina è glabra; nell’avena la ligula è glabra e sviluppatissima mentre le auricole mancano; nell’orzo le auricole sono molto grandi e abbracciano completamente il culmo, addirittura ricoprendosi.

Infiorescenza.

L’infiorescenza del frumento è una spiga composta terminale, comunemente detta spiga, costituita da un asse principale, o rachide, sinuoso, formato da corti internodi che, come s’è detto, possono essere resistenti alla disarticolazione (frumenti “nudi”) o disarticolarsi con facilità (frumenti “vestiti”).
Su ogni nodo del rachide è inserita una spighetta, che nel frumento è pluriflora. Il numero di spighette per spiga varia molto con la specie, la varietà e le condizioni di crescita: 20-25 può essere considerato il numero medio di spighette presenti sulla spiga delle attuali forme di frumento cresciute in buone condizioni; in cattive condizioni di coltura tale numero può essere anche molto inferiore.
Le spighette sono sessili, disposte sui nodi alternativamente sui lati opposti del rachide, quindi con disposizione distica. Ciascuna spighetta è formata dai seguenti elementi:
– Un paio di glume a forma di navicella, simmetriche, poste alla base;
– Una rachilla, asse molto raccorciato che porta i fiori alterni;
– I fiori, in numero da 3 a 7.
Ciascun fiore di frumento è racchiuso e protetto da due brattee paglione disuguali dette glumelle o glumette. La glumella inferiore, detta lemma, ha forma di navicella e accoglie il fiore nella sua concavità; la glumella superiore, o palea, chiude come un coperchio la lemma.
Le glumelle inferiori hanno aspetto e dimensioni molto simili alle glume, e sul dorso hanno una carenatura che termina in una punta o in una resta più o meno lunga. In base a quest’ultima caratteristica i frumenti si distinguono in mutici, senza resta, e aristati, con resta.
Nel frumento tenero sono comuni sia le forme mutiche che quelle aristate; i frumenti duri sono sempre forniti di lunghe reste, meno “aperte” che nel tenero e spesso pigmentate di scuro.
Nel frumento le spighette sono pluriflore: il numero dei fiori in ogni spighetta varia da tre a sette, però normalmente sono fertili solo i fiori basali: uno nel T. monococcum, due nel T. dicoccum, fino a 3-4 nei frumenti oggi coltivati.
In alcuni frumenti (duro es.) le glume sono carenate asimmetricamente in tutta la loro lunghezza, in altri (frumento tenero) la carenatura si limita alla sola parte superiore del dorso.
La spiga del frumento tenero vista in sezione è quadrata, mentre quella del frumento duro è compressa lateralmente.

Fiore.

Il fiore del frumento è ermafrodito ipogino e di struttura semplice: tre stami ed un carpello.
Gli stami hanno antere bilobate e filamenti sottili, brevi, che dopo la deiscenza del polline si allungano rapidamente.
Il gineceo è formato da un solo carpello con ovario obovato od obconico e un ovulo.
Alla base interna delle glumette vi sono due minute squame, le lodicole: dopo la fioritura, gonfiandosi rapidamente, fanno divaricare le glumette stesse che lasciano vedere gli stami e gli stigmi del fiore.

Biologia.

Il frumento è una pianta annuale (biennale in certe varietà) il cui ciclo può essere diviso in varie fasi: germinazione ed emergenza, accestimento, levata, antesi o fioritura, granigione.
Germinazione – Le cariossidi quando trovano acqua a disposizione l’assorbono in ragione del 40% del loro peso e se la temperatura e l’ossigenazione sono favorevoli il seme germina. La temperatura ottimale di germinazione è di 20 °C, ma di maggiore inte­resse pratico è la temperatura minima di germinazione. Il frumento, così come pure 1’orzo, l’avena e la segale (cereali microtermi), hanno temperature minime per la germinazione assai basse: circa 0°C; tuttavia è solo con temperature di 2-4 °C che la germinazione avviene con accettabile prontezza (15-20d) e regolarità.
Se la germinazione è troppo lenta ci sono pericoli di attacchi di parassiti vegetali (Fusarium, Gibberella, Pythium, ecc.). La germinazione avviene nel seguente modo. Per prima esce la radi­chetta embrionale centrale, poi il coleoptile, indi le altre radici primarie in numero di 3-5 (massimo 7). Se la semina è superficiale il coleoptile esce facilmente dal terreno. Se la semina, invece, è profonda (oltre 40 mm) il coleoptile non riuscirebbe ad emergere, essendo limitate le sue capacità di allungamento; per evitare ciò la pianta allunga il primo nodo del fusticino, il quale spinge in alto coleptile e fusticino portandoli a circa 10-20 mm dalla superficie: in tal modo l’emergenza della piantina è meglio assicurata. La semina profonda è deleteria per la pianta che cresce esile; se invece si semina troppo superficialmente, il seme può disseccarsi o essere predato. La profondità ottimale è di 20-30 mm.
Dopo l’uscita del coleoptile dal terreno (emergenza) la prima foglia lo rompe all’apice, uscendo, e si espande fino a raggiungere la sua dimensione normale; dopo di che esce la seconda foglia, poi la terza, e così via.
Accestimento – Il frumento, così come gli altri cereali del gruppo, è dotato della capacità di accestire, cioè di sviluppare altri germogli in aggiunta a quello primario che era formato già nell’embrione. Grazie all’accestimento il frumento riesce ad aggiustare la fittezza della copertura vegetale adeguandola alla disponibilità di spazio, e così a rimediare ad eventuali insufficienze o irregolarità di nascite.
A partire dallo stadio di 3-4 foglie si osserva che all’ascella della prima foglia si sviluppa un germoglio in tutto simile a quello primario; un altro né compare all’ascella della seconda foglia, e così via fino, al massimo, alla 41 foglia.
A questi germogli d’accestimento di 1° ordine possono aggiungersene altri di 2° ordine, o di ordine superiore, se dai loro nodi basali si sviluppano altri germogli con la stessa procedura. Non tutti i germogli di accestimento formano la spiga; alcuni, ad esempio quelli germogliati tardi, subiscono la competizione di quelli preesistenti a tal punto da ingiallire e disseccarsi precocemente.
Il grado d’accestimento è espresso dall’indice d’accestimento corri­spondente al numero di germogli fertili, cioè con spiga, per pianta.
L’accestimento, che va considerato come una ramificazione del culmo, si produce vicinissimo alla superficie del terreno in una zona del culmo detta «piano di accestimento».
Contemporaneamente all’accestimento caulinare e a partire dalla stessa zona del culmo si ha la emissione delle radici avventizie.
Tecnicamente l’optimum di fittezza di spighe alla raccolta va perseguito con una semina piuttosto fitta seguita da un moderato accestimento (non più di 2-3 spighe per pianta) per non avere divari di maturazione troppo marcati.
I fattori che promuovono l’accestimento del frumento sono i seguenti: profondità di semina non eccessiva, semina precoce, buone disponibilità nutri­tive (segnatamente di azoto), buon drenaggio del terreno, buon contatto del terreno con il piano di accestimento delle piantine (la rullatura, provocando una leggera rincalzatura, lo favorisce).
Viraggio – L’accestimento continuerebbe se l’apice caulinare restasse sempre allo stato vege­tativo seguitando così a differenziare sempre nuove foglie. Sennonché, sotto l’influenza di certe condizioni di temperatura e di fotoperiodo ad un certo momento si determina nella pianta la cosiddetta induzione o iniziazione fiorale a seguito della quale l’apice non differenzia più foglie, ma differenzia gli abbozzi delle future spighette. La prima manifestazione visibile dell’avvenuto passaggio della pianta dalla fase vegetativa a quella riproduttiva verrà chiamato per brevità viraggio.
Questo consiste nella comparsa di rigonfiamenti doppi sull’apice caulinare, visibili mediante sezionatura longitudinale del fusticino con una lametta e osservazione dell’apice con una buona lente: prima del viraggio si osservano rigonfiamenti semplici corrispondenti agli abbozzi delle foglie, mentre dopo il viraggio i rigonfiamenti sono doppi e corrispondono agli abbozzi delle spighette.
Nelle ordinarie condizioni di coltura il frumento passa alla fase riproduttiva dopo aver differenziato 7-9 foglie.
Il viraggio segna l’inizio della fase di organogenesi della infiorescenza: se questa fase avviene in non buone condizioni termiche e soprattutto nutritive le spighe differenzieranno un ridotto numero di spighette e di fiori per spighetta.
Per alcune varietà il viraggio è condizionato, oltre che dalle condizioni fotoperiodiche, dall’avere subito per qualche tempo lo stimolo di basse tempe­rature comprese tra 0° e 6°C (vernalizzazione).
Si hanno così le varietà autunnali (o non alternative) che, esigendo la vernalizzazione, sono biennali e devono essere seminate in autunno, e le varietà primaverili (o alternative) che possono essere seminate anche in prima­vera in quanto la fioritura è indotta prevalentemente dal fotoperiodo, senza bisogno delle basse temperature.
Con l’accestimento si determina il numero di spighe a m2, con il viraggio il numero dei fiori delle infiorescenze: sono queste le condizioni per predisporre i «depositi», cioè le cariossidi, nei quali i prodotti della fotosintesi si riverseranno e si accumuleranno dopo la fioritura durante la fase della granigione.
Levata – Dopo avvenuto il viraggio, ma solo quando la temperatura dell’aria raggiunge 10 °C, le piante iniziano la fase di levata: i nodi che finora erano a distanza estremamente raccorciata iniziano a distanziarsi mediante la proliferazione del tessuto meristematico che è alla base di ciascuno di essi. L’inizio della levata è una fase fenologica piuttosto importante e si suole identificare con il momento in cui sezionando con una lametta il culmo si trova l’apice distanziato di 10 mm dal piano di accestimento. Prima si allunga l’internodo più basso, poi, quando questo è quasi completamente sviluppato, inizia ad allungarsi il secondo, e così via.
Quando tutti gli intrepido più bassi si sono sviluppati ed è in corso l’al­lungamento solo dell’ultimo, la spiga, ormai già completamente formata, viene spinta attraverso la guaina dell’ultima foglia determinandovi un caratteristico ingrossamento: si ha allora lo stadio della botticella. Pochi giorni dopo segue l’uscita della spiga (spigatura), e dopo altri 5 o 6 giorni si ha la fioritura, stadio a cui la pianta ha raggiunto la sua massima altezza.
Mentre durante l’accestimento la pianta è poco sensibile ai freddi diventa molto sensibile dopo la levata. È nel corso della levata che si sviluppano e si espandono le foglie più importanti ai fini della produzione di granella: le foglie apicali. È dalle condi­zioni ambientali, soprattutto di nutrizione, in questo periodo che dipende l’ampiezza, la funzionalità e la durata funzionale dell’apparato assimilatore. In questo periodo ogni mezzo va messo in atto che favorisca lo sviluppo di foglie ricche di clorofilla e di carbossilasi (i principali protagonisti della fotosintesi), ampie, capaci di rimanere verdi e funzionanti a lungo.
Nella fase di levata il consumo idrico della pianta così come l’assorbi­mento di sostanze minerali raggiungono un valore molto elevato.
Cinque o sei giorni dopo la spigatura se si aprono le glumelle che racchiudono il fiore si osservano gli stami gialli e maturi e l’ovario ingrossato sormontato da uno stigma piumoso.
È il momento della fecondazione. Questa nel frumento è normalmente autogama, anzi cleistogama in quanto avviene a fiore chiuso, con il polline che feconda l’ovario dello stesso fiore.
La fecondazione può essere ostacolata se la temperatura scende sotto 15 °C con il risultato che le spighe alla raccolta presentano cariossidi mancanti.
Alcune ore dopo che è avvenuta la fecondazione dalle glumelle fuoriescono le antere ormai quasi vuote: questa fase che in realtà è di sfioritura spesso è detta impropriamente fioritura.
In ogni spiga la fioritura inizia dalle spighette mediane della spiga e procede verso l’alto e verso il basso. Nell’ambito di ciascuna spighetta il primo a fiorire è il fiore più basso, seguito nell’ordine dai fiori superiori. Sono neces­sari 2-3 giorni per la fioritura completa di una spiga. In una coltura di buona uniformità la fioritura si compie in un arco di 4-6 giorni in condizioni normali, di più (10-12 giorni) se la temperatura è bassa.
È alla fioritura che si determina il numero di cariossidi per spiga, attra­verso la percentuale di allegagione dei fiori che si erano formati.
Maturazione – Dopo la fecondazione l’ovulo fecondato inizia subito il processo di embriogenesi, mentre il sacco embrionale solo qualche giorno dopo inizia a cellularizzarsi per dar luogo all’endosperma, che è il tessuto sede dell’accumulo dei gra­nuli di amido. In un primo tempo questi granuli di amido sono pochi e sospesi nel succo cellulare: a questo punto si ha la fase di maturazione lattea, così detta perché il granello se schiacciato, dà un liquido bianco lattiginoso, appunto costituito dal succo cellulare con sospesi i granuli di amido.
Successivamente le cariossidi iniziano ad ingiallire, così come le lamine fogliari, mentre restano verdi le guaine; i chicchi per il progressivo accumulo di amido acquistano una consistenza pastosa sotto le dita: è questa la fase di maturazione cerosa alla quale il contenuto di acqua della granella è del 40-45%.
Col procedere della maturazione i granuli di amido finiscono per riem­pire completamente le cellule dell’endosperma il cui citoplasma e nucleo si disorganizzano finendo per inglobare e cementare in una matrice proteica (glutine) l’amido stesso, la pianta è ingiallita quasi completamente e resta verde, per poco tempo ancora, solo l’ultimo nodo; la cariosside si lascia appena incidere con l’unghia e il suo tenore d’acqua è intorno al 30%. È questa la matura­zione fisiologica o maturazione gialla, importante perché da questo momento in poi non si ha più accumulo di sostanze di riserva, ma solo perdita d’acqua.
Quando la pianta è completamente gialla e la granella ha un contenuto d’acqua non superiore al 13% si ha la maturazione piena: in questo momento è possibile iniziare la mietitrebbiatura. Infatti solo con umidità inferiore al 12­-13% la granella può essere immagazzinata senza pericoli per la sua conservazione. La maturazione di morte si ha quando la pianta, restando ancora in campo, in piedi, diventa troppo secca, fragile, con le glume e le glumelle che si staccano e le cariossidi che cadono con estrema facilità. L’umidità della granella è intorno al 10%. Ovviamente la raccolta in questo periodo porta a gravi perdite di prodotto.

Esigenze ambientali

Il frumento dal punto di vista fotoperiodico è specie longidiurna, che avvia i processi di iniziazione fiorale nella stagione in cui i giorni si allungano rapidamente.
Il frumento sotto l’aspetto termico è una specie microterma che non necessita di alte temperature per crescere, svilupparsi e produrre. Per questi motivi il frumento viene coltivato tra 30 e 60 latitudine N e 25° latitudine S.
Nei climi mesotermi dove l’inverno è sufficientemente mite, è coltivato in semina autunnale e raccolto a fine primavera. Nelle regioni a clima microtermo (alte latitudini ad esempio, Scandinavia, Canada; ecc., o montagna) si semina a fine inverno e si raccoglie in estate avanzata.
Basse temperature. Le temperature critiche minime sono quelle che provocano danni irreparabili alle piante di frumento e ne limitano le possibilità di semina autunnale; esse variano molto secondo diversi fattori.
– Secondo lo stadio di sviluppo della pianta;
– Secondo la specie e la varietà.
Alte temperature. Gli eccessi di temperatura sono pericolosi nella fase di granigione, in quanto accentuano l’evapotraspirazione e provocano un forte calo dell’assimilazione netta. Un caso limite piuttosto grave, che talora si verifica nelle regioni meridionali (Sicilia e Puglia) è rappresentato dalla <stretta del caldo> quando temperature elevate (oltre 30°) sono accompagnate da venti sciroccali caldi e secchi e colgono la coltura del frumento in fase di maturazione lattea, si determina uno stress idrico irreversibile che si manifesta con l’appassimento permanente delle cariossidi che in conseguenza restano piccole e striminzite con grave pregiudizio per la produzione che risulta scarsa e di cattiva qualità.
Acqua. Dopo la temperatura il fattore climatico più importante ai fini della distribuzione geografica e della produttività della coltura del frumento è l’acqua a disposizione.
La siccità alla semina è un ostacolo in certe regioni della terra caratterizzate da clima ad autunno e inverni secchi. In Italia questo è eccezionale perché la piovosità nel clima mediterraneo è concentrata in autunno-inverno.
Ciò fa sì che le fasi di semina, emergenza e accestimento avvengano in un periodo in cui l’acqua non fa difetto, ma in cui semmai sono da temere gli inconvenienti causati dagli eccessi di precipitazioni.
Dalla levata alla fioritura si hanno consumi d’acqua via via più forti sia per il regime crescente delle temperature sia per la progressiva rapida espansione della copertura vegetale. Tuttavia le piogge del periodo e le riserve idriche del terreno in genere bastano a evitare danni da siccità in questa fase.
La fioritura è ostacolata da andamento stagionale freddo e piovoso che può abbassare la percentuale di allegagione.
È nella fase di granigione che le disponibilità idriche giocano un ruolo determinate sul livello di produzione della coltura. Deficienza idrica in questa fase si traduce in decurtazione della produzione di granella per diminuzione della assimilazione netta e per accorciamento della fase di “riempimento” che portano alla formazione di granelli più piccoli, non riempiti al massimo. Dove la deficienza idrica in questo periodo è molto frequente e marcata, le rese sono limitate e variabili da un anno all’altro; è questo il caso delle regioni meridionali e insulari. Le produzioni sono molto più alte e costanti nelle regioni settentrionali dove la deficienza idrica durante la granigione si verifica di rado e moderatamente.
Inumidimenti ripetuti della granella nella fase di essiccazione, dopo la maturazione fisiologica, provocano la bianconatura delle cariossidi del frumento duro.
Dopo la raccolta, piogge prolungate possono provocare la germinazione della granella nei covoni, almeno nelle varietà che non manifestano la dormienza dei semi.
Le semine autunnali sono da preferire a quelle primaverili perché con quest’ultime il ciclo del frumento si conclude più tardi e quindi in condizioni di deficienza idrica più frequente e più grave.
Neve. La copertura nevosa è un’efficace protezione del frumento dai geli invernali. E’ solo alla copertura nevosa che in paesi nordici le colture resistono ai geli fin di -29 °C.
Una copertura nevosa molto prolungata peraltro, espone il frumento a pericolosi attacchini Fusarium nivale.
Umidità relativa. L’umidità relativa dell’aria può agire in maniera non trascurabile sulla produzione del frumento nella fase terminale del ciclo: la nebbia favorisce l’insorgere di infezioni crittogamiche fogliari.
Vento. Il vento è dannoso in quanto può provocare l’allettamento, cioè il coricamento della coltura, ciò specialmente quando esso è accompagnato da piogge intense
In Italia schematicamente possiamo riconoscere due zone cerealicole estreme:
– L’Italia settentrionale caratterizzata da temperature invernali molto basse, piovosità abbondante e regolare, produzioni molto alte come quantità, mediocri per qualità.
– L’Italia meridionale e insulare con inverni miti, eccessi termici frequenti in primavera estate, piovosità primaverile estiva deficiente e irregolarissima, rese modeste molto variabili da un anno all’altro.
– Situazione intermedia si trova nell’Italia centrale.
Terreno I terreni che meglio si adattano al frumento sono quelli di tessitura da media a pesante, di buona struttura, ben sistemati idraulicamente, poiché il frumento teme molto i ristagni di umidità: ideali le terre nere, o cernosem.

Varietà

Le moderne varietà di frumento tenero sono il frutto di un continuo lavoro di miglioramento svolto facendo ricorso prevalentemente all’incrocio intervarietale, con lo scopo di perfezionare al massimo le caratteristiche importanti ai fini dell’aumento di produttività e qualità.
– Precocità. La precocità è stata estremamente vantaggiosa perché anticipando la conclusione del ciclo ha consentito di sfuggire ai pericoli delle siccità e delle ruggini termofile (r.nera e r. bruna). Tuttavia la precocità non può essere spinta oltre certi limiti perché comporta aumento della sensibilità al freddo e alle brinate primaverili.
– Resistenza all’allettamento. E’ realizzata abbassando l’altezza delle piante sfruttando geni “nanizzanti” che riducono la lunghezza degli internodi dei culmi senza ridurne il numero.
– Resistenza al freddo. La disponibilità di varietà sempre più resistenti al freddo ha ridotto il pericolo di mortalità invernale e addirittura ha consentito di passare alla semina autunnale in regioni dov’era tradizionale la semina primaverile.
– Resistenza alle malattie. La resistenza o la tolleranza genetica alle avversità crittogamiche è la via migliore per evitare le perdite di produzione da queste causate senza dover ricorrere a trattamenti con fitofarmaci.
– Qualità di granella. Le attuali varietà son ben caratterizzate per la loro risposta alle varie utilizzazione del frumento tenero.
Nel frumento tenero grande importanza ha l’attitudine alla panificazione, cioè l’attitudine di una farina a fare un pane di buona qualità.

Tecnica colturale

La coltivazione del frumento trae notevoli vantaggi dall’avvicendamento colturale. Sono buone precessioni colturali il mais, la bietola, il pomodoro, la patata, il girasole, la fava, il cotone (anche il riso che lascia il terreno sgombro da infestanti) perché il frumento è in grado di utilizzare molto bene il residuo di fertilità lasciato nel terreno da tali colture, meglio comunque se non si tratta di altri cereali. Esso invece non è la coltura migliore per utilizzare l’elevata fertilità lasciata dai prati pluriennali (leguminose e graminacee). Nelle zone aride è tradizionale la successione del frumento al maggese che mineralizza il terreno con sostanza organica e lo arricchisce di acqua. La successione ad una coltura da rinnovo inoltre permette una lavorazione meno profonda del terreno.

Preparazione del terreno.

I lavori preparatori hanno lo scopo di preparare un appropriato letto di semina e di creare migliori condizioni di abitabilità per la coltura.
Tradizionalmente le lavorazioni preparatorie per il frumento sono le seguenti:
– trinciatura dei residui della coltura precedente;
– aratura, con rovesciamento completo della fetta, a 0,35-0,45 m di profondità;
– affinamento superficiale con successivi passaggi di estirpatore o di erpici divario tipo; non è necessario uno sminuzzamento molto spinto: una leggera zollosità non pregiudica la germinazione e riduce i rischi di formazione di crosta nei terreni limosi in caso di piogge battenti dopo la semina.
Il tempo disponibile per eseguire la sequenza di lavorazioni necessarie per la semina del frumento in ottobre-novembre, varia con la successione col­turale, ossia con la data alla qual è raccolta la coltura precedente. Come regola generale prima si ara, meglio è. Il tempo per le lavorazioni dunque sarà: da luglio in poi dopo frumento, colza, fava e pisello; da settembre dopo gira­sole e barbabietola; da ottobre dopo mais, sorgo e tabacco.
«Arrabbiaticcio». La lavorazione del terreno dovrebbe essere fatta con terreno in tempera, spesso, però, capita di dover arare terreno troppo bagnato o troppo secco. Ciò che va evitato è di lavorare quando il terreno è bagnato in superficie e asciutto sotto: mescolando con l’aratura questi due strati si incorre nel fenomeno detto arrabbiaticcio o caldafredda o verdesecca, partico­larmente deleterio per il frumento. La esatta natura del fenomeno è scono­sciuta, ma si traduce in forte carenza di azoto e in gravi infestazioni di erbacce, soprattutto papaveri, per cui il frumento cresce stentatissimo.
Nuove prospettive. In fatto di preparazione del terreno per il frumento si stanno diffondendo tec­niche nuove, consistenti nella riduzione o addirittura la eliminazione delle lavo­razioni, mirate a realizzare risparmi energetici oltre che conseguire vantaggi agronomici ed ecologici (miglioramento del terreno, riduzione dell’erosione).
Queste tecniche di «lavorazione ridotta» consistono nei tre casi seguenti: aratura leggera, lavorazione minima, non lavorazione.
– Aratura leggera. La profondità di aratura adottata in Italia non trova riscontro in nessun’altra agricoltura: per il frumento la profondità più usuale di aratura è intorno a 0,15-0,25 m. Pur se resta da verificare la applicabilità di questa tecnica alle condizioni di terreno e di clima del nostro Paese, è molto verosimile che in molti casi si possa ridurre la profondità di lavorazione senza conseguenze negative, dato che in molti casi non esistono giustificazioni agrono­miche del loro approfondimento che, anzi, spesso è da considerare eccessivo.
– Lavorazione minima («minimum tillage»). Si tratta di fare, come unica lavorazione, quella idonea a disgregare il terreno superficialmente giusto quel tanto (50-100 mm) che basta a far funzionare regolarmente le normali seminatrici.
Questa tecnica si presta bene nel caso che il frumento segua una col­tura che lascia il terreno mondo da erbacce e con poca massa di residui.
Ottimi risultati tecnici ed economici si sono cominciati ad ottenere anche in Italia dopo girasole, barbabietola, soia, colza, patata e mais (specialmente da insilamento). Gli attrezzi idonei per preparare il letto di semina possono essere i più vari: estirpatore, erpice frangizolle a dischi, zappatrice rotativa, erpici a denti elastici, erpici ruotanti. Caso per caso va scelto l’attrezzo più idoneo a produrre l’effetto desiderato.
Una forma particolare di lavorazione minima è quella che fa ricorso all’accoppiamento di una seminatrice all’attrezzo di lavorazione (erpice ruo­tante, fresatrice).
Con la lavorazione minima i tempi di lavorazione e di semina si ridu­cono moltissimo.
– Non lavorazione. La tecnica della «non lavorazione» (inglese: no til­lage, zero tillage o direct drilling) è indicata anche con il termine di «semina diretta» (traduzione di «direct drilling»): questa dizione è di dubbia correttezza e precisione, potendo essere interpretata come la tecnica d’impianto alterna­tiva al trapianto che si pone per molte piante ortensi.
La non lavorazione consiste nel seminare il cereale su un terreno al quale non è stata fatta nessuna lavorazione. Si deve disporre di una semina­trice speciale, adeguatamente pesante e fatta in modo da fendere il terreno in corrispondenza di ogni elemento seminatore. I residui della coltura prece­dente, debitamente trinciati, restano in superficie a costituire una specie di pacciamatura. Se ci sono infestanti, si deve ricorrere a un trattamento chimico disseccante privo di effetto residuale.
Si prestano bene alla non lavorazione le stesse colture dopo le quali è possibile la lavorazione minima.
Sistemazione idraulica del terreno. La preparazione del terreno deve essere completata con opere atte ad evitare l’erosione in collina e ad assicurare la rapida evacuazione delle acque saturanti in pianura.
In collina vanno aperti solchi livellari anche temporanei, mentre in pia­nura i campi devono essere delimitati da fosse di scolo non troppo distanti e ben tenute, e baulati per favorire il deflusso delle acque superficiali verso le scoline stesse.
La rete scolante è troppo spesso trascurata: ciò è deplorevole perché causa gravi decurtazioni di resa. Infatti il frumento soffre in modo particolare dei ristagni d’acqua: è attaccato dal mal del piede che in ambiente asfittico prospera; le infestazioni di erbacce sono più intense; il radicamento è ostaco­lato; la nitrificazione langue mentre la denitrificazione si intensifica; in certe annate la semina è ritardata o impossibile in campi mal sistemati.

Semina.

Scelta della semente. Uno dei cardini del successo della coltivazione è la scelta di semente idonea sia dal punto di vista genetico (varietà) che agronomico (purezza, germinabilità).
Buona regola per un’azienda è di evitare sia di affidarsi a una sola varietà sia di coltivarne un numero esageratamente alto.
Le varietà vanno scelte sulla base dell’esperienza passata, ma senza trascurare la cauta prova e la graduale introduzione delle novità varietali più promettenti, senza di che nessun progresso vi sarebbe.
Molto utili risultano le liste di varietà raccomandate sulla base dei risultati di prove sperimentali regionali così come sarebbe molto utile che le organizzazioni professionali dei produttori, per evitare un’eccessiva frammen­tazione, pianificassero a livello comprensoriale i programmi di semina e di rac­colta in modo da realizzare «stocks» omogenei delle varietà più richieste dagli utilizzatori.
Una volta scelte le varietà va ricercata la semente di qualità. Requisiti del frumento destinato alla semina sono: purezza specifica non inferiore al 98%; germinabilità minima: 85%; immunità da parassiti (carie, Claviceps); assenza di semi di erbe infestanti (non più di 10 semi in 500 grammi e zero semi di avena selvatica e Lolium temulentum).
Per quanto riguarda la purezza varietale il mercato offre tre tipi di seme:
– seme di base (limite minimo di purezza varietale 99,9%),
– seme certificato di la riproduzione (99,7%),
– seme certificato di 2° riproduzione (99,0%).
Le due prime categorie consentono di produrre frumento da seme seguendo le direttive e i controlli dell’Ente preposto alla certificazione delle sementi (Ente Nazionale Sementi Elette, ENSE).
Essendo una pianta strettamente autogama e le varietà odierne essendo delle linee pure, il frumento prodotto in azienda potrebbe essere reim­piegato come seme; però in un’agricoltura avanzata il seme certificato del commercio dovrebbe essere preferito al seme riprodotto in azienda per la innegabile migliore qualità di quello: garanzie di purezza genetica, agronomica e igienica, che solo grandi impianti industriali possono garantire con adeguati macchinari per la cernita e la concia della semente.
Quantità di seme. Il frumento è pianta a «fittezza elastica» nel senso che con l’accestimento può compensare ampie differenze di fittezza iniziale. Ciò è provvidenziale perché ad esempio in caso di semine mal riuscite che hanno prodotto nascite molto scarse (esempio: 100 piante per m2) grazie ad un accestimento molto spinto si può avere un’accettabile copertura di culmi-spiga. Però in condizioni normali si ritiene con­veniente realizzare fittezze iniziali piuttosto alte per limitare l’accestimento.
Prassi assodata è di porsi come obiettivo 300 piante nate dalla semina che poi con un moderato accestimento formeranno una copertura di 5-600 spighe per m2, indicativamente.
In condizioni medie (buon valore reale della semente, buona prepara­zione del terreno e tempestiva epoca di semina) si può considerare che per avere 300 piante nate a m2 siano necessarie e sufficienti 400-450 cariossidi a m2 pari a 160-180 kg/ha di semi aventi un peso medio di 40 mg. Dosi raccomanda­bili sono quindi 160-180 kg/ha per semine d’autunno tempestive in buone con­dizioni; con semine ritardate la quantità di seme va aumentata indicativamente di 1 kg per ettaro per ogni giorno di ritardo. Nel caso di semine di fine inverno non si può far conto sull’accestimento, per cui le quantità di seme vanno forte­mente aumentate, fino anche a 300 kg ad ettaro.
Spesso si vedono impiegate quantità di seme molto superiori ai valori indicati, nell’intento di avere garantito l’investimento voluto. Questo è un modo sbagliato, perché per garantire nascite regolari è meglio curare la prepa­razione del letto di semina e l’esecuzione della semina che tentare di ripararne i difetti aumentando la quantità di seme.
Epoca di semina. In Italia l’epoca normale di semina del frumento è l’autunno inoltrato, e la data media in cui la semina può essere fatta è tanto più anticipata quanto maggiore è la latitudine o l’altitudine.
L’epoca ottimale di semina è quella che dà il massimo di garanzia che all’arrivo dei freddi invernali le piantine di frumento abbiano raggiunto e non superato lo stadio di 3 foglie, stadio al quale la resistenza al freddo raggiunge il suo massimo.
La semina non deve essere né troppo anticipata né troppo ritardata.
Con semina troppo anticipata, nel caso di un autunno a lungo mite la col­tura potrebbe essere indotta ad uno sviluppo vegetativo eccessivamente rigo­glioso prima dell’arrivo dei freddi invernali, che la coglierebbero in uno stato di vulnerabilità. Particolarmente esposte a questo rischio sono le varietà alternative.
Con semine troppo ritardate la germinazione e le nascite sono rallen­tate dalle basse temperature e, nel caso di gelate precoci, queste potrebbero cogliere la coltura nella fase di emergenza, quando le plantule hanno una limi­tata resistenza al freddo.
Nelle regioni settentrionali la semina in pianura inizia a metà ottobre, nell’Italia centrale ai primi di novembre, nel Meridione nella seconda metà di novembre. Le semine si anticipano procedendo dalla pianura alla montagna. In ogni ambiente l’esperienza locale dà buone e sicure informazioni.
Periodo utile per la semina.
Un elemento importante in una grande azienda per organizzare il lavoro e otti­mizzare l’uso dell’attrezzatura aziendale necessaria è il periodo utile per la semina: questo può protrarsi per 20-30 giorni senza apprezzabili conseguenze sulla coltura, se non un lieve ritardo nella fioritura e nella maturazione.
Semina primaverile – La semina primaverile del frumento in Italia è eccezionale, come rimedio di emergenza quando la semina autunnale sia stata impossibile o sia fallita. Queste semine «primaverili» (o di fine inverno) si fanno verso la fine di gennaio nel Sud, in febbraio-marzo al Nord.
Le rese di queste colture sono sempre più basse e aleatorie di quelle autunnali perché il ritardato ciclo di sviluppo le espone maggiormente al rischio della deficienza idrica nella fase finale.
Per queste semine ritardate è necessario impiegare solo le varietà alterna­tive, che non hanno bisogno di vernalizzazione. Poiché in Italia la semina normale è quella autunnale con impiego indifferente di varietà alternative e non alternative, non sempre delle varietà si conoscono queste loro caratteristiche.
Concia della semente. Il seme dovrebbe sempre essere trattato («concia») con polveri a base di fungi­cidi organici che assicurino una buona protezione dalla carie e da altri funghi.
È molto importante che il trattamento al seme sia ben fatto: la concia umida («slurry») fatta da ditte sementiere specializzate è da preferire a quella polverulenta, la sola fattibile nelle aziende agrarie.
Distribuzione del seme. La semina è fatta a file con seminatrice «universale» e richiede una buona pre­parazione del terreno che non lasci zolle grosse tanto da non passare tra gli elementi seminatori.
Distanza tra le file
Le file sono semplici, distanti da 0,14 a 0,18 m, con media intorno a 0,15 m. Le distanze maggiori sono adottate nei terreni con problemi di struttura dei quali è difficile l’affinamento.
Una tecnica di semina che in passato ha avuto una certa diffusione perché agevola la sarchiatura manuale è quella a righe binate anziché semplici: 0,10 m tra le due file della Tina, 0,30 m tra le bine. Nel caso di agricoltura biolo­gica, dove non è ammesso l’uso di diserbanti, la sarchiatura meccanica potrebbe essere resa possibile da semine a file largamente spaziate o a bande di file strette separate da spazi larghi, secondo le esigenze della macchina sar­chiatrice.
Profondità. La profondità di semina è molto importante: essa deve essere compresa tra 20 e 50 mm: la norma è 30-40 mm aumentabili a 40-50 mm al massimo nel caso di terreni sciolti e asciutti, riducibili a 20-30 mm in terreni limosi o argillosi bagnati.
Un grave e comunissimo errore è di deporre i semi troppo in profon­dità: da tali semi si originano piante che stentano ad emergere (e spesso non vi riescono), restano per tutta la loro vita stentate, con ridotto accestimento e limitato sviluppo fogliare o radicale.
Seminatrici
La semina del frumento si fa con seminatrici trainate o semiportate che sono di due tipi:
· con distribuzione a gravità, per cilindri scanalati (seminatrici universali);
· con distribuzione pneumatica, più veloci.
Le seminatrici trainate hanno una larghezza variabile da 1,5 a 4 metri e una velocità di lavoro di 4-8 km/h. Quelle semiportate vanno da 2 a 6 metri di larghezza e consentono velocità superiori alle precedenti: 6-10 km/h. Le semi­natrici pneumatiche semiportate lavorano bene anche con velocità superiori (10-12 km/h).
Nel calcolare la capacità di lavoro oraria si tenga conto dei tempi di rifornimento che, con la migliore organizzazione possibile, rappresentano il 10­-15% del tempo totale.
Per la semina «diretta» (senza lavorazione alcuna) sono state realizzate seminatrici speciali, di struttura, peso e robustezza tali da poter seminare su terreno sodo.
Consociazione. Per definizione, la consociazione è la coltura contemporanea di due o più specie sulla stessa unità colturale. In passato o in regioni ad agricoltura primi­tiva erano frequenti consociazioni permanenti di segale, lenticchie, ecc. col frumento o la consociazione temporanea di essenze da prato (erba medica, trifoglio, sulla, lupinella) traseminate nel cereale in autunno o più spesso in primavera con la tecnica detta della «bulatura». L’impiego dei diserbanti e l’uso di forti dosi di azoto rendono la bulatura poco praticabile o addirittura impossibile.

Concimazione.

Criteri generali
Una razionale concimazione al frumento deve basarsi sui seguenti criteri di base.
· Fabbisogni. Il fabbisogno fisiologico di elementi fertilizzanti per ogni 100 kg di granella prodotta e della paglia relativa è il seguente:
Azoto
3 kg di cui: 2,5 asportati con la granella – 0,5 residuali nella paglia

Fosforo P2O5
1,5 kg di cui: 1,1 asportati con la granella – 0,4 residuali nella paglia

Potassio K2O
2,5 kg di cui: 0,5 asportati con la granella – 2 residuali.

Epoca di utilizzazione
– Nella fase iniziale, dalla emergenza alla 3° foglia, la plantula si nutre delle riserve del seme.
– Durante tutta la fase di accestimento le piante sono piccole e l’accresci­mento è lento, cosicché l’assorbimento dei nutrienti, nei circa 3 mesi di durata di questo periodo (indicativamente da dicembre a febbraio), è modesto, stimabile in 1/4 della quantità complessiva.
– Dall’inizio della levata (marzo) alla fioritura (maggio) la coltura assorbe i 3/4 circa della quantità complessiva.
– Durante la fase di granigione l’assorbimento è limitato per il fosforo, molto limitato per l’azoto.
Fornitura da parte del terreno.
Il fosforo e il potassio non sono dilavabili essendo adsorbiti dal terreno e ven­gono rilasciati nella soluzione circolante man mano che la coltura li assorbe:
basta perciò integrare la dotazione del terreno, se insufficiente, con concima­zioni presemina.
Per l’azoto le cose sono assai più complicate, infatti la fornitura di azoto al frumento da parte del terreno è sempre insufficiente a soddisfare i fab­bisogni colturali sia perché scarsa sia perché ritardata rispetto a questi bisogni. Infatti l’azoto nel terreno si trova sotto le seguenti tre forme:
– azoto nitrico: è la forma in cui l’azoto è assorbito dalla maggior parte delle piante; è mobile, dilavabile, difficile da misurare; deriva dalla ossidazione dell’azoto ammoniacale ad opera dei batteri nitrificanti;
– azoto ammoniacale: deriva dalla mineralizzazione della sostanza organica; è adsorbito dal terreno; non è dilavabile; per essere utilizzato deve essere ossidato ad azoto nitrico;
– azoto organico: la sostanza organica è la più grande riserva di azoto del ter­reno (1’humus ne contiene il 5%: rapporto C/N=10); l’azoto organico viene tra­sformato in azoto ammoniacale nel processo microbico di mineralizzazione.
Durante i mesi freddi i processi sia di nitrificazione sia di mineralizza­zione sono praticamente sospesi a causa delle basse temperature (salvo rare e momentanee occasioni di tepore); riprenderanno a primavera inoltrata con il riscaldamento del terreno, ma troppo tardi rispetto al fabbisogno del frumento nella fase di levata.
Durante i mesi freddi nei quali il frumento svolge la lunga fase dell’ac­cestimento, esso può contare solo sull’azoto nitrico residuale (la «forza vecchia») della stagione calda precedente, la cui quantità è: 1) variabile come quantità, secondo il contenuto di sostanza organica del terreno, il tasso di mineralizzazione e il residuo di concimazione non utilizzata dalla coltura pre­cedente («forza vecchia»); 2) precaria in quanto la «forza vecchia» può essere dilavata, tutta o in parte, da piogge autunnali e/o invernali tanto abbondanti da provocare la lisciviazione dei nitrati.
In conclusione può dirsi che il terreno è un pessimo fornitore di azoto al frumento.
Considerato che questo elemento è il principale fattore della resa quanti-qualitativa del frumento e che la fornitura di azoto nitrico è scarsa, alea­toria e, comunque, tardiva, da ciò deriva che l’agricoltore deve inderogabil­mente intervenire con apporti di concimi azotati in modo da integrare in ogni momento le disponibilità naturali di azoto, così adeguandole al fabbisogno col­turale in ogni fase dello sviluppo.
Effetti della concimazione.
Potassio. Il potassio è un elemento indispensabile al metabolismo del fru­mento, come di qualsiasi altra specie, e se carente va apportato con la concimazione. In Italia i terreni in maggior parte hanno una dotazione di potassio buona o addirittura ottima tanto che la concimazione potassica fa prova di avere efficacia scarsa o nulla nell’incrementare le rese del frumento.
Fosforo. Il fosforo è un elemento indispensabile per un gran numero di reazioni e processi chimici fondamentali, tra i quali quello di sintesi del materiale genetico nei processi di divisione cellulare e di riproduzione. Quasi tutti i terreni del mondo sono molto poveri di questo elemento che quindi va apportato con concimazioni minerali, che inizialmente sono abbondanti, di «arricchimento», per poi ridursi alla dose di mantenimento una volta raggiunta la dotazione desiderata. In Italia, dove per molti decenni si sono impiegate dosi di concimazione fosfatica molto alte, si può considerare razionale limitarsi a restituire quanto asportato dalla coltura.
Gli eccessi di concimazione fosfatica e potassica non sono mai dannosi né alla coltura né all’ambiente essendo fissati dal terreno; tuttavia l’evitare sprechi va nel senso della economia e della ecocompatibilità.
Azoto. È il principale fattore limitante le rese: salvo i casi dove è l’acqua il fat­tore limite, l’azoto dà sempre risposte spettacolari con un’efficacia che può essere stimata, per le dosi ottimali, in 10-20 kg di granella in più per ogni kg di azoto applicato per ettaro.

Effetti positivi dell’azoto
Gli effetti positivi dell’azoto possono così essere enumerati:
– all’accestimento: favorisce l’emissione di radici e germogli e quindi pro­muove il numero di spighe per m2;
– al “viraggio”: favorisce la morfogenesi delle infiorescenze, che quindi pre­sentano più spighette e più fiori;
– alla levata: determina il potenziale di assimilazione («source») della pianta aumentando sia la quantità di clorofilla sia la superficie delle foglie sia la durata funzionale di queste;
– alla fioritura: favorisce la fecondazione e riduce l’aborto degli ovuli per cui si hanno più cariossidi per spiga;
– durante la granigione: migliora il tenore proteico e le caratteristiche merceolo­giche della granella. Sul peso medio delle cariossidi l’azione è variabile: se le condizioni climatiche durante la granigione sono favorevoli e l’acqua non è fattore limitante, l’azoto fa aumentare il peso medio dei semi; se invece l’acqua scarseggia, questo carattere può non aumentare o addirittura diminuire.
L’azoto riduce l’intensità dell’attacco di mal del piede.

Effetti negativi dell’azoto
Mentre nel caso di fosforo e potassio gli eccessi non sono dannosi, l’azoto può dar luogo a inconvenienti anche gravi.
– Allettamento. Con abbondanza di azoto gli internodi del culmo sono poco lignificati e molto acquosi, gli steli sono più fitti e più alti: come risultato si ha una pericolosa facilità di allettamento.
– Maggiore incidenza delle malattie fogliari. Il rigoglio vegetativo e la fittezza della vegetazione promossi dall’azoto creano un ambiente umido e poco aerato che predispone a intensificati attacchi delle crittogame fogliari.
– Maggiori esigenze idriche. Piante ben concimate con l’azoto sono più fitte, più fogliose e, quindi, traspirano più acqua.

In climi aridi e in terreni a bassa capacità idrica la fittezza e la conci­mazione del frumento dovranno essere regolate tenendo conto di questo ele­mento: infatti in stagioni e terreni secchi, in seguito a forti concimazioni azo­tate si può riscontrare un certo abbassamento del peso medio delle cariossidi.
Salvo che in climi e in terreni molto aridi, l’effetto positivo dell’azoto razionalmente applicato è tanto forte sul numero di spighe a m2 e di cariossidi per spiga, da superare il possibile abbassamento del peso medio di un seme: per cui la resa di granella, che è la risultante di queste tre componenti, risulta, quasi senza eccezioni, aumentata così come la qualità intesa come maggior contenuto percentuale di proteine.
La sperimentazione ha dimostrato che entro ampi limiti le rese crescono proporzionalmente con l’azoto: ciò non deve esimere gli agricoltori dal preoccuparsi di non eccedere con la concimazione azotata oltre il fabbisogno fisiologico, perché così facendo potrebbero dar luogo a rilasci di nitrati non utilizzati verso le falde acquifere.
Dosi di concimazione.
Le dosi dei vari elementi nutritivi da apportare con la concimazione vanno stabilite oculatamente per evitare sia insufficienze che eccessi: questi potrebbero costituire semplice spreco o, talora, essere causa di effetti negativi sulla resa.
P e K Conoscendo la dotazione del terreno in K2O si potrà decidere se la concimazione con K è necessaria o può essere omessa. In caso sia neces­saria, si procederà a una semplice restituzione: 50-100 unità secondo che la paglia resti o venga asportata.
Per il fosforo vale analogo ragionamento: si dovranno ogni anno apportare i 60-80 kg/ha di P205 che verranno asportati.
N. È la scelta più difficile in quanto se la dose è inferiore a quella ottimale le rese saranno basse, se superiore si possono avere inconvenienti.
La dose di concimazione azotata va decisa caso per caso, ispirandosi ai criteri enunciati precedentemente e che qui esemplifichiamo:
– produzione che è ragionevole aspettarsi nella zona in base alle rese massime conseguite dalle aziende più progredite con una buona, ma non straor­dinaria, tecnica colturale: 7 t/ha di granella. Fabbisogno di azoto per sostenere tale produzione: 210 kg/ha di azoto, mettendo in conto un assorbimento di 3 kg di azoto per ogni 100 kg di granella producibile.
– Detrazioni: riduzioni della concimazione possono essere fatte considerando l’entità della «forza vecchia», ad esempio: -80 kg/ha di azoto dopo prato di erba medica; -40 dopo una coltura letamata; -50 dopo barbabietola da zuc­chero non letamata; -40 dopo girasole, ecc.
– Aumenti. Nessuna detrazione va fatta dopo una coltura sfruttante, come ad esempio lo stesso cereale: addirittura bisogna prevedere aumenti se la paglia del cereale era stata interrata: 1 kg di azoto in più per ogni 100 kg di paglia. Anche dopo sorgo è da prevedere un supplemento di 30-40 kg/ha di azoto. Ritocchi maggiorativi molto utili per ottimizzare la concimazione potranno essere fatti in occasione dell’ultima concimazione di marzo. Qualora la piovosità dei precedenti mesi autunno-invernali fosse stata abbondante tanto da lasciar presumere dilavamento dell’azoto solubile, questa integrazione, di qualche decina di kg/ha di azoto, andrà stimata secondo l’entità presunta del dilavamento dell’azoto solubile. Modelli di previsione o metodi di misura della dotazione di azoto prontamente utilizzabile alla ripresa vegetativa primaverile non sono disponibili con la necessaria affidabilità. Un indice empirico, grossolano ma efficace, è il colore del fogliame all’inizio della levata: un colore verde pallido o con sfumature verso il giallo denuncia che c’è stata la carenza di azoto nella fase precedente e che quindi la stima della forza vecchia va ridotta e aumentata in proporzione la dose dell’ultima azotatura.

In conclusione, le varietà più moderne e produttive vanno concimate con 120-220 kg/ha di azoto (la cifra inferiore valendo per le precessioni più miglioratrici, la superiore per quelle più sfruttanti).
Per consentire al frumento di tollerare senza danno dosi di azoto superiori a quelle che la sua resistenza all’allettamento gli consentirebbe, è attua­bile una tecnica di forzatura che fa ricorso a trattamenti con prodotti fitormo­nici nanizzanti o brachizzanti, cioè capaci di ridurre la taglia del frumento, determinando un raccorciamento degli internodi, e quindi di conferire una superiore resistenza all’allettamento. I risultati sono soddisfacenti solo con le varietà a taglia alta; in quelle, peraltro le più consigliabili, già di per sé a taglia bassa il trattamento è inefficace.
Epoca delle concimazioni.
Concimazione fosfo-potassica.
Il fosforo e il potassio sono energicamente rattenuti dal terreno e sono dotati di scarsissima mobilità sia in senso orizzontale che verticale. Pertanto è neces­sario che essi vengano mescolati al terreno fino alla profondità in cui si svilup­perà la rizosfera della coltura.
La maniera più razionale di distribuire i concimi fosfo-potassici sarebbe dunque quella di darli prima della lavorazione principale, ed è questa la tecnica da seguire quando si concimi un terreno per la prima volta; tuttavia nel caso di agricoltura evoluta dove ormai la concimazione è una pratica ordi­naria, non è un grave errore se, per anticipare meno capitale, si rinvia la som­ministrazione dei concimi a prima della semina, interrandoli con una erpica­tura.
Concimazione azotata.
La tecnica di concimazione azotata dimostratasi la più razionale economica­mente ed ecologicamente è quella di dare l’azoto non molto prima del periodo di utilizzazione da parte della coltura per ridurre al minimo il rischio di dilava­mento. Pertanto concimazioni abbondanti alla semina sono da sconsigliare, anche visti i limitati fabbisogni iniziali della coltura e la presumibile «forza vec­chia» presente nel terreno.
Solo dopo colture sfruttanti (ringrano, sorgo) e dopo l’interramento di residui pagliosi un apporto supplementare di 20-30 kg per ettaro di azoto può essere utilmente dato alla semina, magari insieme al concime fosfatico.
A parte questi casi di concimazione supplementare, tutto il fabbisogno di azoto può essere soddisfatto con concimazioni in copertura, cioè sulle col­ture già in atto: la tecnica collaudata come migliore è di fare 2-3 concimazioni:
– una, non sempre necessaria e comunque di modesta entità, nel mese di gennaio per favorire l’accestimento; potrebbe essere omessa se l’osservazione mostrasse seminati in buone condizioni di sviluppo e di colore, in caso con­trario va fatta con il 15-20% della dose totale prevista;
– una, indispensabile nel mese di febbraio, per favorire il viraggio e la morfo­genesi delle spighe, distribuendo il 35-40% del totale;
– una, fondamentale in marzo, poco prima dell’inizio della levata, per assicu­rare il soddisfacimento degli elevatissimi fabbisogni durante la levata: ciò distribuendo la rimanente quota del 45-50% del totale.
Scelta dei concimi.
Il tipo di concimi da usare per la fertilizzazione del frumento ha importanza secondaria rispetto alla quantità e alla modalità di applicazione. La scelta del tipo di concime va fatta secondo i seguenti criteri:

– costo dell’unità fertilizzante in campo o, come suol dirsi, «alla radice» (com­prendendo quindi costo del concime e costi di trasporto e di spandimento); – prontezza d’azione;
– dilavabilità;
– vantaggi accessori dovuti ad azioni o apporti particolari.

Per quanto concerne il fosforo e il potassio non ci sono problemi in quanto, salvo casi particolarissimi, qualsiasi forma va bene, possibilmente granulare.
Per la concimazione azotata la scelta dei concimi è prevalentemente orientata come segue:
– alla semina: l’eventuale modesta dose di azoto può essere comodamente fornita insieme alla concimazione fosfatica, ad esempio con 150 kg/ha di fosfato biammonico 18-46;
– in copertura: la scelta è limitata al nitrato ammonico (26-27%) e all’urea (46%), dato il costo molto superiore dell’azoto degli altri concimi. Il primo presenta uniti i vantaggi della prontezza della parte (50%) nitrica e della non dilavabilità della parte ammoniacale. L’urea ha il costo più basso e si presta ottimamente all’applicazione in copertura manifestando una sor­prendente prontezza d’azione, non molto dissimile dalla prontezza della forma nitrica; per questo è sempre più largamente impiegata. I concimi organici in generale non sono adatti al frumento in quanto il loro azoto viene rilasciato troppo tardi, in primavera inoltrata.
I concimi azotati liquidi (sospensioni e soluzioni) a base di urea e nitrato ammonico, con titolo 30-0-0 stanno incontrando il favore di parecchie aziende che li impiegano per la concimazione in copertura al frumento. L’effetto nutritivo dei concimi azotati liquidi è del tutto equivalente a quello di corrispondenti quantità di concimi solidi, ma consentono notevoli vantaggi di organizzazione dato che lo stoccaggio e il trasporto si fanno in cisterne, i travasi con pompe e la somministrazione con macchine irroratrici di grande capacità operativa.
Distribuzione.
Quando la concimazione azotata è spinta fino ai limiti di tolleranza della coltura, diventa di grande importanza la regolarità della distribuzione. Infatti se questa non è uniforme ci saranno aree del campo concimate con quantità infe­riori a quelle stabilite e quindi sub-ottimali, mentre in altre aree si supererà la dose e si potranno verificare dannosi allettamenti. Come conseguenza le rese saranno comunque inferiori a quelle che si sarebbero potute ottenere con una buona esecuzione della concimazione. Quindi è importante regolare bene gli spandiconcime o le irroratrici (nel caso di concimi liquidi).
Poiché il fosforo e il potassio devono essere dati prima della semina e l’azoto tutto (o quasi tutto) in copertura, è chiaro che i concimi complessi non sono l’ideale per la concimazione del frumento, per la impossibilità di sommi­nistrare gli elementi nel momento migliore.
Impatto ambientale della concimazione del frumento.
È giusto e doveroso porre attenzione agli effetti negativi che ogni pratica agri­cola ha sulle componenti ambientali e la concimazione, specialmente quella azotata, può avere tali effetti negativi. Nel caso del frumento può affermarsi che questi effetti sono trascurabili in base alle seguenti considerazioni:
– concimazioni azotate eccessive sono rare perché il pericolo di allettamento le scoraggia;
– il frazionamento in copertura vicino al momento di forte assorbimento riduce il rischio di dilavamento;
– i residui pagliosi interrati sono un efficacissimo mezzo per bloccare l’azoto che si mineralizza nel corso dell’estate, sottraendolo al possibile dilava­mento in autunno-inverno.

Cure colturali.

Le operazioni colturali che possono essere fatte al frumento tra la semina e la raccolta sono le seguenti.
Rullatura. Se al momento della semina il terreno fosse asciutto e molto soffice (cosa che nel clima italiano non accade molto spesso) una rullatura pesante potrebbe favorire nascite più pronte e regolari, facendo aderire meglio il terreno al seme e favorendo la risalita d’acqua per capillarità. Molto più frequente è il caso che i terreni argilloso-calcarei sotto l’azione ripetuta del gelo e del disgelo acquistino una struttura estremamente sof­fice in superficie, il che nel caso di inverni poco piovosi ostacola lo sviluppo delle radici avventizie con conseguenze negative di una certa gravità. In queste condizioni una rullatura in inverno delle colture in fase di accestimento con un rullo pesante che accosti alle radici il terreno sollevato dal gelo risulta spesso utilissima.
Irrigazione. L’irrigazione del frumento è in Italia eccezionale, limitata a certe zone del Piemonte e della Lombardia caratterizzate da terreni permea­bilissimi («terre ladine»). In alcune plaghe della Terra l’irrigazione è pratica ordinaria: può aiutare la coltura a nascere, in autunno o, più spesso, a favorire le fasi di fioritura e granigione.
Se si disponesse di impianti efficienti di irrigazione a pioggia e di acqua a buon mercato, l’irrigazione potrebbe essere utilissima in molte zone dell’I­talia meridionale in certe annate particolarmente asciutte. La tecnica migliore è irrigare a pioggia leggera (onde non provocare allettamenti), bagnando uno strato di terreno di 0,6-0,7 m, durante la spigatura e/o dopo la fecondazione, in modo da favorire la granigione in un momento (maggio) in cui la traspirazione è assai forte e le piogge scarseggiano.
Trattamenti anticrittogamici. Una tecnica per difendere varietà poco resistenti dagli attacchi di malattie fogliari (oidio, ruggini, septoria, ecc.) è quella di irrorare le coltivazioni con adatti anticrittogamici. Considerazioni economiche non meno che ecologiche dovrebbero indurre a fare l’uso più ridotto possibile di questi trattamenti. Questo in Italia si può fare scegliendo varietà tolleranti e approfittando del fatto che gli attacchi crittogamici qui sono meno favoriti dal clima.
Controllo delle erbe infestanti. Data la fittezza delle coltivazioni la sarchiatura meccanica è impossibile. In passato la lotta contro le erbe infestanti era fatta unicamente a mano con scerbature e sarchiature che richiedevano 60-80 ore per ettaro.
Un artifizio che in passato aveva lo scopo di agevolare la sarchiatura era la semina a file binate.
Al giorno d’oggi il controllo delle malerbe nei seminati di frumento si può fare in maniera efficace ed affidabile solo con il diserbo.
Ciò non significa che si possano trascurare tutti i mezzi indiretti idonei a ridurre la gravità delle infestazioni, come rotazione colturale, lavorazioni appropriate, impiego di semente di qualità, ecc.. Ma è da tenere per fermo che un’adeguata, ancorché oculata, lotta diretta è quasi sempre indispensabile per ridurre il danno che le erbe infestanti provocano alla produzione del frumento, danno stimato sul 25% come media, ancor maggiore in certi casi.
La trattazione del diserbo sarà fatta più che altro sul più razionale modo di impostare la lotta alla vegetazione avventizia.
Le prime e fondamentali basi conoscitive necessarie per ben diserbare sono le seguenti:
– la conoscenza delle specie che si trovano ad infestare il frumento;
– la conoscenza del potere competitivo di ognuna per potere stimare la «soglia» che giustifica l’intervento (non per tutte le specie infestanti tali soglie si conoscono con precisione);
– la capacità di identificare le specie allo stadio di plantula.
Le specie infestanti.
Nel lungo periodo tra la semina del cereale (in autunno) e l’avvio della levata (fine marzo) la crescita della coltura è lenta e il suo potere soffocante è scarso, e d’altra parte c’è opportunità di nascere per una flora molto variata, sia di specie a basse esigenze termiche che danno luogo a infestazioni precoci autun­nali e invernali sia di specie più termofile a nascita primaverile. Vi sono poi specie (ad esempio l’avena) che nascono con grande e imprevedibile scalarità.
Ciò tende necessario che l’impostazione del diserbo del frumento sia fatta con un approccio assai articolato atto ad assicurare il contenimento dì così diverse infestazioni per il lungo periodo (circa 150 giorni) dalla semina alla levata, tutto ciò curando di limitare al minimo l’uso di prodotti chimici per ovvi motivi sia economici che ecologici.
Altro aspetto importante da considerare è che non tutte le specie hanno la stessa facilità di essere controllate. Molte specie che in passato erano un serio problema oggi non lo sono più perché facili da debellare, ma nel frattempo altre specie hanno aumentato la loro presenza e la loro nocività perché poco sensibili agli erbicidi diffusisi negli ultimi decenni. Infatti con la diffusione della pratica del diserbo ormai spesso si rileva l’insorgenza di una flora di nuovo tipo, comprendente come specie dominanti quelle resistenti all’erbicida usato sistematicamente.
Non sempre si tratta di mutazioni spontanee che conferiscono resi­stenze genetiche ad infestanti tradizionali (che pure sono documentate), ma il più delle volte si tratta di specie spontanee la cui presenza finora era limitata agli incolti, ai fossi, alle prode, eccetera (specie «ruderali») e che ora grazie alla loro resistenza si sono diffuse negli appezzamenti coltivati occupando la nic­chia ecologica non più occupata dalle erbe infestanti tradizionali e così costituendo la cosiddetta «flora di sostituzione».
Nel frumento hanno seguito questa via molte ombrellifere, composite, attaccamano, ecc.
Le misure generali per prevenire queste evenienze sono semplici:
– evitare le monosuccessioni colturali;
– evitare il monodiserbo, alternando prodotti diversi;
ricorrere a miscele di diserbanti di gruppi chimici diversi magari con dosaggi ridotti.

Tecnica del diserbo.
Il diserbo del frumento può essere fatto:
– pre-semina,
– pre-emergenza,
– post-emergenza precoce,
– post-emergenza tardiva.

Diserbo pre-semina
Si fa solo nel caso di semina diretta senza lavorazione su terreno inerbito. I prodotti impiegabili sono disseccanti ad azione totale: dipiridilici (assai tossici) e i meno tossici glifosate e derivati:
– Diquat e Paraquat (per contatto)
– Glifosate (sistemico)
– Glifosate trimesio (sistemico)
– Glufosinate ammonio (per contatto).

Diserbo pre-emergenza
È quello fatto subito dopo la semina, prima che la coltura sia nata.
Il diserbo di pre-emergenza è, per definizione, un intervento preventivo fatto alla cieca senza sapere l’entità e la natura dell’infestazione che si verificherà.
Esso è consigliabile nei terreni i cui, per esperienza, si sa che ci si deve aspettare infestazioni costantemente pesanti e costituite da una flora mista di dicotiledoni e graminacee. I prodotti da usare dovranno quindi avere un’azione ad assorbimento radicale e antigerminello con lunga persistenza di azione ed uno spettro ampio, comprendente sia specie a foglia larga che graminacee.
Diserbo post-emergenza precoce.
È l’intervento più praticato e razionale perché viene deciso a ragion veduta dopo aver ispezionato con tempestività e diligenza le coltivazioni per:
– verificare se l’infestazione è di gravità tale da giustificare economicamente il trattamento diserbante,
– identificare allo stato di plantule le specie di erbe infestanti che sono nate o stanno nascendo.
È in questo modo razionale che si decide se o come diserbare.
I casi possono essere diversi:
– infestazione di sole dicotiledoni facili;
– infestazione di dicotiledoni difficili;
– infestazione mista di dicotiledoni e graminacee senza o con poca avena sel­vatica;
– infestazione mista di dicotiledoni e graminacee con molta avena;
– infestazione di graminacee con molta avena selvatica.

Il frumento è una caratteristica coltura asciutta delle nostre regioni e dei climi temperati ma già nel clima temperato-caldo e ancor più nei climi aridi la pianta trae vantaggio notevole dall’irrigazione. Per evitare stress idrici è necessario intervenire quando il 50-60% dell’acqua disponibile nel terreno è stato consumato. Il sistema di irrigazione più razionale è quello a pioggia. Il fabbisogno complessivo è di 450-650 mm di acqua.

Raccolta e utilizzazione

Raccolta

La granella del frumento cessa di svilupparsi e di aumentare il suo peso secco al termine della maturazione gialla, o maturazione fisiologica, quando dalla pianta è scomparsa del tutto la clorofilla (salvo che in corrispondenza dell’ultimo nodo) la cariosside è leggermente attaccabile dall’unghia ma si spezza sotto i denti, e il suo contenuto d’acqua è del 30% circa. E’ da questo momento in poi che è possibile iniziare la raccolta.
Mietitura – Consiste nel tagliare a mano o a macchina (mietitrice) gli steli del frumento. Al taglio segue la accovonatura ossia la legatura in fasci del frumento (covoni) ciò può essere fatto anche meccanicamente con la mietilegatrice che miete e lega i covoni.
Trebbiatura – E’ l’operazione che si esegue per la separazione delle cariossidi del cereale dagli involucri che le racchiudono dalla paglia e dai rachidi delle spighe.
In passato la trebbiatura veniva fatta a mano poi c’è stata l’introduzione delle trebbiatrici per poi lasciare spazio alle moderne mietitrebbiatrici che fanno tutti i lavori dalla mietitura alla trebbiatura insieme.

Produzione

Il record mondiale di produzione del frumento tenero è di 14 t/ha di granella secca al 13% di acqua.
In Italia la Val padana dà le produzioni maggiori con 6-7 t/ha. In Italia centrale possono essere previste rese medie di 5-6 t/ha. Nell’Italia meridionale e insulare le rese medie sono parecchio più basse 3,5-4,5 t/ha e più irregolari da anno ad anno, in conseguenza del peggiore e più irregolare regime idrico.
Oltre alla granella che rappresenta il prodotto principale il frumento produce paglia e pula.
La quantità per ettaro di questi sottoprodotti varia con le condizioni colturali più o meno favorevoli e con le varietà.

Utilizzazione

L’utilizzazione assolutamente prevalente del frumento tenero è per la preparazione dei prodotti da forno e segnatamente del pane, definito dalla legge “il prodotto ottenuto dalla cottura di una pasta convenientemente lievitata, preparata con sfarinati di grano, acqua e lievito, con o senza aggiunta di sale comune.”.
La prima destinazione della granella di frumento tenero è quindi la macinazione o molitura, operazione con la quale si provoca lo schiacciamento delle cariossidi e la separazioni di tre parti:
– Endosperma amilifero – da cui si ricava la farina.
– Embrione o germe – ricco di grasso e facile da irrancidirsi.
– Crusca – costituita dai tegumenti ricchi di fibra ai quali resta attaccato lo stato aleuronico, ricco di proteine e di sostanze minerali (ceneri).
Il germe, ricco di grasso, viene prima sottoposto a estrazione dell’olio e poi trova impiego nell’industria mangimistica.
La crusca e i suoi derivati (cruschello, tritello e farinaccio) sono usati prevalentemente nell’alimentazione zootecnica ma anche come prodotti dietetici ricchi di fibra.

Avversità e parassiti

Avversità meteoriche

Il ristagno prolungato dell’acqua determina sulle colture nascite irregolari, diradamenti, scarso accestimento, suscettibilità a malattie; si hanno poi: maggiori invasioni di erbe infestanti, le quali generalmente tollerano l’asfissia meglio delle piante coltivate, e dispersione di azoto minerale per denitrificazione e per lisciviazione.
Allettamento. Piogge violente accompagnate dal vento possono provocare l’allettamento, cioè il coricamento dei culmi che si piegano alla base prostandosi a terra. È evidente che l’allettamento può succedere solo dopo che la levata della coltura è avviata.
Il danno che l’allettamento provoca è di natura e gravità diversa a seconda di quando si verifica: in prossimità della raccolta, quando la fase di riempimento è conclusa, il danno consiste solo in qualche difficoltà nella raccolta; a levata iniziata da poco il danno è limitato poiché i culmi allettati si raddrizzano in quanto incurvano i loro internodi e riprendono l’assetto eretto; è quando l’allettamento si verifica verso la fine della levata, quando i culmi non hanno più la capacità di raddrizzarsi, che il danno è massimo. Infatti l’anomalo assetto della vegetazione pregiudica gravissimamente l’assimilazione della coltura: la piegatura dei culmi ostacola la salita della linfa greggia; le foglie anziché essere protese a ricevere la luce, vengono a trovarsi prostrate a terra in un ammasso dove la luce non entra, l’aria circola male, le malattie fogliari trovano condizioni favorevoli per attaccare. Il risultato è che il processo di assimilazione fotosintetica è compromesso nelle fasi cruciali di fioritura e/o granigione, sempre con produzione di granella scarsa e di pessima qualità.
L’allettamento si produce per una causa meccanica: la forza orizzontale del vento, e il suo verificarsi o meno dipende, a parità di forza del vento, dalle caratteristiche della copertura vegetale: altezza delle piante, robustezza, elasticità e sanità dei culmi.
Queste caratteristiche della vegetazione dipendono in parte da fattori varietali, geneticamente determinati, in parte da fattori ambientali. L’altezza dei culmi è una caratteristica prevalentemente varietale, ma sulla quale influisce anche il livello di concimazione. La robustezza dei culmi dipende prevalentemente dalle condizioni di concimazione. L’elasticità dei culmi dipende prevalentemente dalle condizioni di coltivazione: semine troppo fitte e squilibri o eccessi di concimazione azotata predispongono le colture ad allettarsi perché per la forte competizione reciproca i culmi durante la levata si significano poco e restano sottili e deboli, specialmente gli internodi più bassi, quelli meno illuminati e più sollecitati meccanicamente.
L’allettamento è anche la conseguenza dell’attacco di un fungo (mal del piede prodotto da Cercosporella) che rende fragile la paglia nella parte basale dei culmi di frumento.
L’allettamento è il principale fattore determinante il limite di produttività dei cereali “a paglia” (tipo frumento). Lo straordinario aumento del livello produttivo delle varietà ottenute negli ultimi cinquanta anni è il risultato dei progressi del miglioramento genetico combinati con i progressi della tecnica colturale. I genetisti hanno selezionato varietà più resistenti all’allettamento che hanno consentito di modificare la tecnica colturale, intensificando la concimazione azotata e di conseguenza le produzioni unitarie.
Grandine. La grandine arreca danni particolarmente sensibili se cade alla spigatura e alla maturazione.

Parassiti vegetali

Numerosi sono i funghi patogeni che possono attaccare il frumento nei suoi vari organi, dalle radici alla spiga, da soli o in associazione, in tempi diversi o contemporaneamente. Vi sono parassiti considerati secondari in passato che oggi, con l’intensificazione della coltivazione, stanno aumentando la loro pericolosità.
I più importanti e comuni sono i seguenti.
Mal del piede. Per mal del piede si intende un quadro patologico che si manifesta sulla parte basale del culmo del frumento e sulle radici e che è provocato da diversi possibili agenti patogeni.
I più noti sono:
– Ophiobolus graminis, molto frequente in Italia nelle zone di coltivazione del frumento tenero e solo eccezionalmente in quelle del frumento duro;
– Cercosporella herpotricoides i cui attacchi rendono fragile la paglia e quindi provocano allettamenti a tappeto; è molto frequente e temuta nelle zone cerealicole fresche e umide del centro-nord d’Europa, mentre in Italia si riscontra solo nelle annate eccezionalmente piovose;
– Funghi del gen. Fusarium (F. nivale, F. culmorum, F. graminearum), sono i più importanti e diffusi agenti del mal del piede sia nell’Italia centro-settentrionale sul frumento tenero sia in quella meridionale sul frumento duro.
Il sintomo più evidente è l’imbrunimento della parte basale dei culmi accompagnato da alterazioni delle radici. In conseguenza di ciò si ha arresto dello sviluppo dei culmi di accestimento, e quindi riduzione del numero di spighe a m2; se i culmi affetti arrivano a formare la spiga, si disseccano precocemente, sbiancandosi, e la spiga resta vuota di granelli o con granelli piccoli e striminziti.
Il mal del piede viene favorito dai seguenti fattori predisponesti:
– Ristagni d’acqua: infatti spesso si rileva con diversa intensità in punti diversi dallo stesso campo;
– Semine troppo anticipate;
– Cattivo stato nutrizionale: una buona concimazione azotata è un potente mezzo di prevenzione;
– Un cereale come coltura precedente: il più importante effetto negativo del ringrano, ossia della monosuccessione di frumento, è l’intensificazione degli attacchi di mal del piede;
– Presenza della paglia in superficie.
Contro il mal del piede non esistono cure efficaci o varietà resistenti. Di conseguenza questa malattia si può prevenire solo con mezzi agronomici che riducono le cause predisponenti: interramento della paglia del cereale precedente; sistemazione dei terreni che assicuri un adeguato sgrondo delle acque; concimazione azotata abbondante; avvicendamento con colture diverse dai cereali; semine ritardate nei terreni a rischio.
Ruggini. Il sintomo caratteristico di questa famiglia di malattie è costituito da pustole di diverso colore, a seconda del fungo responsabile.
Tre ruggini principalmente attaccano il frumento:
– La ruggine gialla (Puccinia glumarum o striiformis) che forma pustole piccole, arrotondate, gialle, allineate tra le nervature delle foglie e sulle spighe; essendo la meno termofila gli attacchi possono verificarsi anche assai presto in primavera, provocando danni molto seri in certe annate sulle varietà sensibili;
– La ruggine nera (Puccinia graminis varietà tritici): è la più termofila, che attacca tardivamente le guaine e i culmi del frumento formandovi pustole allungate, bruno-nerastre e provocando la “stretta” nelle varietà molto tardive (mentre le attuali varietà precoci le sfuggono);
– La ruggine bruna (Puccinia recondita o triticina) che provoca pustole giallo-rossastre sparse sulle due facce delle foglie, ha esigenze termiche intermedie tra le precedenti e provoca attacchi sporadici ma gravi.
La diffusione delle ruggini è favorita dal rigoglio vegetativo e dal decorso climatico caldo e umido; perciò le ruggini sono particolarmente temibili nei terreni vallivi, umidi, nei climi nebbiosi, sui frumenti tardivi o su quelli concimati con eccesso di azoto. I rimedi preventivi risultano quindi evidenti. La scelta di varietà tolleranti resta comunque il mezzo più efficace per evitare i danni da ruggine; per la ruggine bruna e nera un tipo di resistenza efficiente si è dimostrato la precocità che consente di sfuggire agli attacchi.
Oidio. L’oidio o mal bianco (Erisiphe graminis varietà tritici) colpisce foglie, steli e spighe formando una lanugine superficiale, prima bianca poi grigiastra disseminata di punti neri. Questa malattia si sviluppa in particolare in colture molto fitte e rigogliose e quando il cielo è coperto.
Forti attacchi riducono la capacità di assimilazione del fogliame; gravi in special modo gli attacchi sulla penultima e ultima foglia (foglia-bandiera).
Septoriosi. Le septoriosi sono provocate da septoria tritici e Septoria nodorum. La prima si sviluppa sulle foglie di frumento durante gli inverni miti, provocando macchie bruno chiare a forma di losanga che finiscono per confluire fino a disseccare le foglie.
La seconda attacca anche i nodi del culmo, che diventano molli, poi le spighe che diventano grigiastre per il disseccamento delle glume.
Le septoriosi, in caso di semente contaminata, provoca il marciume delle piantine in germinazione; a evitare questo pericolo serve la concia delle semente.
Carie. La varie (Tilletia tritici e Tilletia laevis) sono altri parassiti fungini che trasformano i chicchi del frumento in granelli ovoidali tozzi, grigio-bruni, pieni di una polvere scura dall’odore di pesce fradicio. Escludere dalla semina la granella proveniente da campi infetti ed effettuare la concia del seme sono rimedi pienamente efficaci.
Carbone. Assai meno pericoloso della carie è il carbone (Ustilago tritici), che appare alla spigatura. Le giovani spighe si presentano prive di spighette e ricoperte di una polvere bruno-scura.
La concia del seme con i fungicidi sistemici oggi disponibili è il rimedio migliore.
Segale cornuta (Claviceps purpurea). Anche se questa malattia è molto più diffusa e grave nella segale, in rari casi è rilevabile anche sul frumento, specialmente quello duro. Il parassita si sviluppa nell’ovario dei fiori che trasforma, con la maturazione, in un corpo duro, allungato, nero-violaceo, che è lo sclerozio del fungo. Questi sclerozi contengono diversi alcaloidi (ergatossina, ecc.) fortemente tossici per l’uomo. Il limite legale di tolleranza nei cereali è l’1‰ di sclerozi nella massa.
Difesa. Mentre la concia della semente è un irrinunciabile intervento preventivo, molto opinabile è la tendenza recente a fare trattamenti anticrittogamici per prevenire e/o combattere le sopra citate malattie fogliari.
Nei Paesi del Centro Europa questi trattamenti sono diventati ordinari, considerati necessari per realizzare le altissime produzioni ivi conseguibili grazie a un clima favorevole al cereale ma anche alle crittogame fogliari.
In Italia, dove le condizioni climatiche sono meno umide e quindi meno propizie agli attacchi fungini, in genere è sufficiente evitare di coltivare varietà suscettibili ma scegliere quelle geneticamente resistenti o tolleranti, perché questi trattamenti possano essere omessi: il che è un vantaggio economico non meno che ecologico.

Parassiti animali

I parassiti animali che attaccano la pianta di frumento non provocano, di solito, danni diffusi, e in genere non richiedono interventi appositi durante la vegetazione.
Il seme appena affidato al terreno può essere preda di topi, delle arvicole, dei passeri e di altri uccelli.
La base dei culmi può venire minata dalle larve degli elateridi (Agriotes lineatus, A. obscurus, A. pilosus).
Le larve della mosca del frumento (Clorops taeniopa, Oscinella frit) possono provocare danni sensibili scavando gallerie nello stelo.
Sulle spighe, all’epoca della fioritura, si possono trovare colonie di afidi (Sitobium avenae, S. granaria). Sempre sulle spighe, in talune zone cerealicole si possono verificare attacchi massicci di cimici delle piante (Aelia rostrata) che danneggiano il raccolto con le loro punture alle spighe e alle cariossidi. Solo dopo attenta valutazione della gravità degli attacchi e dell’entità del danno atteso (“soglie d’intervento”) si dovrà decidere se intervenire.
La granella immagazzinata è soggetta agli attacchi delle tignole e del punteruolo. La larva della tignola vera (Sitotroga cerealella) penetra nel chicco nutrendosi del suo contenuto amidaceo e può produrre danni ingenti. Invece la larva della falsa tignola (Tinea granella) riunisce con fili sericei più granelli e se ne ciba. Quando l’attacco è intenso, alla superficie dei mucchi si forma un feltro di cariossidi collegate tra loro. La femmina del punteruolo (Calandra spp.) depone un uovo per cariosside; la larva si nutre rodendo l’interno del chicco.

a cura di Elena Nelli e Francesco Sodi – alla stesura della scheda ha collaborato Mauro Caini